di Rita Bruno
Il 14 luglio 2026, nell'audizione alla Commissione Agricoltura della Camera sulla riforma della legge 157/92, l' Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - ISPRA - ha fatto qualcosa che pochi si aspettavano.
Luigi Ricci, direttore del Dipartimento per la conservazione della biodiversità, non si è limitato a elencare criticità tecniche. Ha aperto la porta a una visione nuova. I cacciatori, se formati e guidati dalla scienza, possono diventare bioregolatori attivi nella tutela degli ecosistemi. Una frase che, da un'istituzione scientifica fino a ieri considerata nemica dai cacciatori, ha il sapore di una svolta.
Ma è davvero cambiato tutto? ISPRA ha semplicemente trovato le parole giuste per dire ciò che già faceva, ma con un lessico diverso?
Ieri, il rigore scientifico come unico orizzonte
Per decenni, ISPRA e prima di esso l'Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica - INFS - ha giocato un ruolo preciso e intransigente nel limitare i danni della caccia sulla biodiversità.
La sua funzione era quella di un freno, di un controllore, di un guardiano che vigilava affinché il prelievo venatorio non travalicasse i limiti della sostenibilità.
I numeri parlano chiaro. Nella stagione 2024/2025, ISPRA ha espresso parere negativo all'inserimento della starna tra le specie cacciabili. Ha ritenuto, fortemente sconsigliabile, posticipare la caccia alla cornacchia grigia oltre l'8 febbraio, evidenziando il disturbo ad altre specie già impegnate nella riproduzione.
Ha bocciato preaperture indiscriminate e prolungamenti oltre il 31 gennaio, richiamando le Regioni al rispetto della Direttiva Uccelli. La legge 157/92, all'articolo 19, parla di controllo della fauna selvatica, un'attività selettiva, condotta con metodi ecologici e affidata a guardie venatorie e forestali. Non ai cacciatori. ISPRA non ha mai usato, prima di oggi, il termine bioregolazione riferito ai privati. La sua posizione era chiara : la caccia è un prelievo da regolamentare, non un servizio ecosistemico da promuovere.
Oggi, la caccia come alleata della natura
Nell'audizione del 14 luglio, qualcosa è cambiato. Ricci ha citato la Carta europea sulla caccia e la biodiversità della Convenzione di Berna. Sostiene che l'attività venatoria "se condotta con intelligenza, coscienza, coerenza e su basi scientifiche, può assumere un ruolo di bioregolazione".
Ha riconosciuto ai cacciatori una funzione nella gestione delle popolazioni eccessivamente abbondanti, nel contrasto alle zoonosi, persino nella sorveglianza epidemiologica dell'influenza aviaria. Non è un endorsement indiscriminato. ISPRA ha mantenuto le sue critiche come la pernice bianca e l'allodola che andrebbero escluse dal prelievo, i richiami vivi rischiano di violare la normativa europea, l'ampliamento degli Ambiti Territoriali di Caccia - ATC - indebolisce il legame con il territorio. Ma il tono è diverso. Da guardiano del limite, ISPRA si è trasformata in interlocutore di un possibile patto.
La scienza internazionale: caccia sì, ma solo se regolamentata
Per capire se questa svolta ha fondamento scientifico, bisogna guardare alla letteratura internazionale. Emerge una distinzione che ISPRA ha usato con precisione, non è la caccia in sé a conservare, ma la caccia regolamentata.
Uno studio pubblicato su Conservation Biology da Treves e colleghi del 2018 è particolarmente illuminante. Gli autori affermano che a loro conoscenza, non esiste alcuna evidenza che la caccia abbia mai salvato una popolazione o una specie animale dall'estinzione. Al contrario, le restrizioni alla caccia hanno certamente fermato estinzioni e estirpazioni.
Il punto centrale è che quando si parla di caccia come strumento di conservazione, la variabile decisiva non è l'atto del prelievo, ma il sistema di regole che lo circonda: quote, limiti, monitoraggio, aree protette, investimenti in habitat. La caccia non regolamentata - come dimostrano i mercati del bisonte americano nel XIX secolo - ha sempre prodotto devastazione.
Dall'altro lato, uno studio del 2025 su Nature Sustainability ha analizzato oltre 1.600 specie di mammiferi a livello globale, confrontando lo stato di conservazione delle specie soggette a caccia regolamentata con quelle non cacciate. I risultati indicano che le specie gestite attraverso programmi di caccia autorizzata hanno maggiori probabilità di avere trend stabili o in aumento. Il motivo non risiede nel prelievo in sé, ma in un effetto indiretto fondamentale, la caccia regolamentata crea un incentivo economico per la conservazione dell'habitat.
Terreni gestiti per la caccia sono spesso protetti dallo sviluppo urbano e preservano ecosistemi che altrimenti sarebbero frammentati.
In Nord America, il Pittman-Robertson Act del 1937 ha devoluto le tasse su armi e munizioni alla gestione faunistica, finanziando la conservazione di milioni di ettari e il ripristino di specie come il cervo bianco.
Un dato storico inconfutabile che dipende da un sistema istituzionale, tasse, agenzie federali, monitoraggio scientifico, non dalla buona volontà individuale.
Quando la caccia diventa minaccia
La scienza documenta anche il lato oscuro con evidenze altrettanto robuste. Uno studio del 2017 su Science ha quantificato l'impatto della caccia sui mammiferi e uccelli tropicali, concludendo che in vasti areali dell'Asia sud-orientale le popolazioni selvatiche sono state decimate fino a creare foreste vuote, habitat intatti ma privi di fauna.
La caccia non regolamentata, il bracconaggio, il commercio di bushmeat sono riconosciuti dalla International Union for Conservation of Nature - IUCN - come una delle principali minacce per i mammiferi a livello globale.
La differenza tra conservazione e distruzione non è nella caccia, ma nella governance: chi decide cosa, quanto, dove e come cacciare.
Senza regole, il prelievo segue la logica del mercato, non quella dell'ecologia. E il mercato, quando si tratta di fauna selvatica, ha sempre prodotto estinzione.
Il caso italiano, poche evidenze, molte opinioni
In Italia, la letteratura scientifica specifica è limitata. Non esistono studi a lungo termine che dimostrino l'effetto della caccia regolamentata sulla conservazione della biodiversità a livello nazionale. Le posizioni si basano su inferenze ecologiche generali e su modelli di gestione faunistica applicati ad altri contesti.
Quello che la scienza dice con certezza è che la caccia selettiva può regolare le popolazioni di ungulati e ridurre i danni alle colture e agli ecosistemi forestali, ma che la caccia non selettiva o eccessiva minaccia le specie in declino come la pernice bianca, l'allodola e la starna. Il prelievo durante la migrazione e la riproduzione è dannoso per la sopravvivenza delle popolazioni, come stabilito dalla Direttiva Uccelli.
La caccia è uno strumento la cui efficacia conservazionistica dipende interamente dal contesto istituzionale, dalla regolamentazione, dal monitoraggio e dagli obiettivi perseguiti.
Una svolta reale o una riformulazione strategica?
La domanda che molti si pongono è se questa sia una vera conversione o una semplice operazione di rebranding.
La risposta sta nel mezzo. Da un lato, ISPRA non ha mai negato che un prelievo calcolato possa essere compatibile con popolazioni vitali.
I suoi pareri negativi non implicano un rifiuto tout court della caccia, ma una caccia più rigorosa. Il riconoscimento del ruolo dei cacciatori era già implicito in molte pratiche sul campo, anche se mai formalizzato in termini così espliciti.
Dall'altro, l'uso del termine - bioregolazione - e il richiamo alla Carta europea segnalano una volontà di riposizionamento. ISPRA sa che la riforma è inarrestabile e che il numero dei cacciatori è crollato del 70% in trent'anni.
Meglio guidare il cambiamento che subirlo. Meglio costruire un ruolo per i cacciatori formati e scientificamente orientati che lasciare il campo a una caccia senza regole ?
Le associazioni hanno una lettura opposta
Le associazioni come WWF, LIPU, Legambiente, LAV, ENPA, LAC hanno interpretato l'audizione in modo diametralmente opposto. ISPRA ha bocciato la riforma: "netta e senza appello". Hanno enfatizzato le criticità, le specie a rischio, i richiami vivi, il calendario oltre il 10 febbraio e hanno chiesto il ritiro del disegno di legge.
Questa divergenza non è casuale. Le associazioni guardano ai contenuti normativi e vedono un peggioramento.
I cacciatori invece guardano al clima politico e vedono un'istituzione scientifica che, per la prima volta, li riconosce come interlocutori legittimi.
Entrambe le letture sono parzialmente vere. ISPRA ha detto sì all'aggiornamento della legge e al ruolo dei cacciatori, ma no a molte delle concessioni concrete che la riforma propone.
La sfida della credibilità
La posizione di ISPRA oggi è più sfumata di ieri, ma non meno esigente. Il riconoscimento del ruolo dei cacciatori non è un attestato di fiducia gratuito ma una condizione. "Se condotta con intelligenza, coscienza, coerenza e su basi scientifiche" l'inciso di Ricci è fondamentale. La caccia può essere bioregolazione, ma solo se smette di essere autopromozione.
Per i cacciatori, questa è un'opportunità storica e una trappola insidiosa. Se l'audizione ISPRA verrà usata per giustificare ogni concessione i richiami vivi, la caccia alla pernice bianca, i calendari estesi, la credibilità appena conquistata crollerà in un attimo.
Se invece verrà presa sul serio come patto, formazione obbligatoria, prelievo selettivo rigoroso, monitoraggio condiviso, allora ISPRA avrà davvero aperto una nuova pagina.
Ieri, ISPRA diceva ai cacciatori di fermarsi senza andare oltre. Oggi dice con noi, ma a certe condizioni. La differenza è sottile, ma decisiva.
La caccia del futuro, se ci sarà, dipenderà da una delle due voci ascoltata.
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