di Massimo Gervasi
La politica italiana è entrata in una fase delicata. La bocciatura, per un solo voto e a scrutinio segreto, dell'emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze nella nuova legge elettorale ha aperto una crepa che va ben oltre un semplice incidente parlamentare. La domanda lanciata dalle opposizioni è diretta: la maggioranza esiste ancora oppure no?
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e gli altri leader dell'opposizione non hanno perso tempo. C'è chi ha chiesto al governo di "andare a casa", chi parla apertamente di crisi politica e chi sostiene che il voto abbia dimostrato come il centrodestra non riesca più a controllare i propri parlamentari. Ma è davvero così oppure si tratta della normale battaglia politica che segue ogni incidente parlamentare?
La questione, però, è un'altra. Per settimane il governo aveva presentato la riforma della legge elettorale come uno degli interventi più importanti della legislatura. Il nuovo impianto punta su un sistema proporzionale con premio di maggioranza e sul ritorno delle preferenze, almeno in parte. Poi, all'improvviso, il colpo di scena: l'emendamento viene bocciato per un solo voto e la maggioranza finisce sotto i riflettori per la presenza di possibili "franchi tiratori".
Ma c'è un aspetto che merita una riflessione ancora più profonda. Da anni gli italiani chiedono una cosa semplicissima: poter scegliere i propri rappresentanti. Ogni volta che si parla di preferenze, però, il dibattito finisce inevitabilmente nelle mani delle segreterie di partito. E anche questa volta non sono mancate le polemiche. Secondo diverse analisi, infatti, il sistema proposto continuerebbe comunque a lasciare alle direzioni dei partiti un forte controllo sulla scelta degli eletti attraverso i capilista bloccati. Insomma, più che una rivoluzione, qualcuno la definisce una mezza apertura.
Ed è qui che nasce la provocazione. La sinistra oggi accusa il governo di non avere più i numeri. Ma dov'era quando per anni milioni di italiani hanno criticato liste bloccate, candidature decise nelle segreterie e parlamentari nominati anziché scelti dagli elettori? E, dall'altra parte, la maggioranza può davvero parlare di riforma storica se alla prima prova decisiva si spacca su un tema tanto simbolico?
Alla fine il rischio è che, ancora una volta, la politica trasformi una questione che riguarda direttamente i cittadini nell'ennesimo scontro tra partiti. Perché agli italiani interessa poco sapere chi abbia perso una votazione parlamentare. Interessa molto di più sapere se alle prossime elezioni potranno finalmente scegliere davvero chi mandarli a rappresentare in Parlamento.
E forse è proprio questa la domanda che dovrebbe spaventare tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione: chi ha davvero paura delle preferenze? Perché se la volontà fosse davvero quella di restituire il potere agli elettori, probabilmente il Parlamento troverebbe un accordo in pochi giorni. Invece, da decenni, ogni riforma elettorale sembra nascere più per garantire gli equilibri dei partiti che per rafforzare la democrazia. E questo, più della sconfitta di un emendamento, è il vero problema che gli italiani continuano a vedere.
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