di Rita Bruno
Non è amore per gli animali, se li si lascia soli.
L’Italia ama raccontarsi come un paese sensibile agli animali. Li celebra, li fotografa, li trasforma in simboli domestici di affetto e compagnia. Basta spostare lo sguardo dalle case alle strade, dai salotti ai cortili, dalle cucce ai marciapiedi e lo scenario cambia completamente. Ci si accorge che questa presunta civiltà, si incrina subito. Il destino di gatti randagi, o di quelli lasciati vagare senza alcuna protezione, continua a essere affidato all’improvvisazione, alla carità privata e alla resistenza di pochi volontari. Non è tutela, ma abbandono mascherato da normalità.
Dietro la retorica del gatto libero, indipendente e capace di cavarsela da sé, c’è in realtà una delle più comode ipocrisie collettive. La libertà di cui si parla tanto, per un animale che vive in strada, coincide spesso con l’esposizione continua al pericolo: traffico, veleno, infezioni, ferite, fame, freddo, malattie non curate.
Non è romanticismo urbano. È precarietà quotidiana. Su questa precarietà, una società misura la propria coscienza, non sulle dichiarazioni di principio.
La strada uccide e i dati lo dicono con brutalità
La realtà, quando la si guarda senza alibi, è già scritta nei numeri. Lo studio statunitense richiamato da Tf1 Info mostra che circa un quarto dei gatti lasciati liberi rischia l’avvelenamento mangiando o bevendo lontano da casa, mentre quasi la metà attraversa strade trafficate.
Proprio la strada resta una sentenza silenziosa, secondo la testimonianza di uno studio britannico citato nell’articolo conferma che gli incidenti stradali rappresentano la principale causa di morte nei gatti fino agli 8 anni. In Europa, un’altra ricerca stima che tra il 18% e il 24% dei gatti venga investito almeno una volta nella vita e che circa il 70% di questi episodi si concluda con la morte. Non si può continuare a parlare di eccezioni.
I numeri parlano chiaro, il problema è sistemico. Eppure si continua a far finta di niente. Si continua a considerare quasi inevitabile che un gatto di colonia si ammali, venga investito, si ferisca e sparisca. Come se la sofferenza di questi animali fosse un rumore di fondo della vita urbana, qualcosa di spiacevole ma in fondo tollerabile. Così si misura il vero scandalo, non solo nel danno subito dai gatti, ma all'assuefazione con cui lo si guarda.
Una vita più breve non è un dettaglio, è una condanna
I gatti che vivono fuori casa, o che trascorrono lunghi periodi all’esterno senza protezione, non affrontano solo più rischi. Vanno incontro ad una vita più corta. Secondo i ricercatori citati da TF1 Info, possono perdere due o tre anni di aspettativa di vita rispetto ai gatti che vivono in ambienti protetti. Non è un dettaglio statistico.
È una condanna concreta, fatta di infezioni, lotte, ascessi, cadute, traumi e malattie che, senza intervento rapido, peggiorano fino a diventare irreversibili, scontrandosi con la sofferenza e la morte poi.
Dire allora che un gatto - sta bene perché libero - non è sempre una forma di amore per la sua natura. Troppo spesso è solo un modo per lavarsi la coscienza, per sottrarsi alla responsabilità di proteggerlo, curarlo, seguirlo. Si scambia l’assenza di vincoli con il benessere, quando invece in molti casi si sta semplicemente abbandonando un animale a una sorte più dura e più breve.
Anche l’Italia sa benissimo come muoiono i gatti di colonia
Non si può dire neppure che manchino le conferme scientifiche nel nostro Paese. Lo studio condotto a Milano su 186 gatti provenienti da 100 colonie feline parla con chiarezza. Le principali cause di morte sono i processi infiammatori e le malattie infettive, responsabili del 37,7% dei decessi, mentre i traumi incidono per il 14% nei gatti giovani e adulti. Nei soggetti più anziani si aggiungono insufficienze d’organo e tumori. La strada, dunque, non seleziona gli animali più forti, li consuma. E quando non li uccide subito, li logora nel tempo.
Questi dati non descrivono una marginalità residuale. Descrivono un modello di gestione insufficiente, che lascia intere popolazioni feline sospese tra sopravvivenza biologica e abbandono sanitario. Le colonie esistono, i problemi sono noti, le patologie pure. Quello che manca non è la conoscenza. Manca la volontà di trasformarla in una presa in carico seria e uniforme.
Lo Stato conta, ma non abbastanza. I Comuni vedono ma troppo poco
Gli ultimi dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Salute si fermano al 31 dicembre 2022 e registrano 75.787 sterilizzazioni feline effettuate dal Servizio sanitario nazionale.
È una cifra enorme, che dimostra quanto il randagismo felino sia tutt’altro che marginale. Questo vale a dire che il monitoraggio pubblico procede con lentezza, mentre il problema corre più veloce. I dati più recenti raccolti da Legambiente nel focus “A-Mici in città 2025”, riferiti al 2023, aggravano il quadro.
Su 771 Comuni italiani, solo il 39% dichiara di avere colonie feline sul proprio territorio e appena il 33,5% afferma di conoscerne il numero.
Ancora più sconcertante è il dato sulle sterilizzazioni: soltanto l’8,3% dei Comuni sostiene di aver sterilizzato oltre il 90% dei gatti presenti nelle colonie di competenza.
In un Paese serio, questi numeri aprirebbero un caso politico. Qui, invece, scivolano via come una delle tante inefficienze da sopportare in silenzio.
I volontari non stanno sparendo per caso, si stanno impoverendo per supplire al pubblico
Poi c’è il cuore più scomodo della questione, quello che raramente entra davvero nel dibattito pubblico. Legambiente segnala nel triennio 2021-2023 un calo dei volontari impegnati nelle colonie feline urbane. Non è difficile capire perché. Per anni si è finto che il volontariato fosse una risorsa inesauribile, una sorta di ammortizzatore morale capace di coprire ogni vuoto istituzionale. Non è così.
Il volontario che ogni giorno si prende cura dei gatti di colonia non offre soltanto tempo. Offre denaro, energia, mezzi, salute, disponibilità continua. Compra il cibo, paga medicine, organizza trasporti, segue le convalescenze, affronta emergenze veterinarie, si fa carico di infezioni respiratorie, raffreddori, ferite, parassitosi, visite specialistiche.
In una parola: sostituisce il servizio pubblico. È qui che cade ogni retorica. Se i volontari diminuiscono, non è perché improvvisamente manchi l’amore per gli animali. È perché non si può chiedere all’infinito a cittadini spesso comuni, spesso soli, spesso già economicamente sotto pressione, di coprire con i propri soldi ciò che dovrebbe essere garantito da un sistema organizzato.
In alcuni Comuni esistono forme di collaborazione, contributi per il cibo, sostegno a cure mediche o aiuti logistici. Ma il punto è proprio questo: alcuni. Non tutti. Non ovunque. Non in modo stabile.Una tutela che dipende dal codice postale non è tutela. È una lotteria.
Se il sostegno cambia da Comune a Comune, non esiste un diritto ma fortuna
Non è accettabile che la possibilità per un gatto randagio di essere curato dipenda dalla sensibilità di un’amministrazione, dalla disponibilità di un assessore o dalla resistenza economica di una volontaria. Non è accettabile che in un territorio si trovi aiuto per il cibo e in un altro no. Neppure che in una zona si intervenga sulle cure e in quella vicina tutto venga scaricato su chi accudisce la colonia. Una materia del genere non può essere lasciata alla frammentazione. Servono regole uguali per tutti, perché la civiltà non può essere geograficamente intermittente.
Servirebbero buoni annuali per l’acquisto di cibo destinato alle colonie feline, così da togliere almeno una parte del peso economico che oggi grava quasi interamente sui volontari. Ma soprattutto servirebbe una Asl territoriale davvero presente, capace di occuparsi non solo delle sterilizzazioni gratuite, ma anche dell’accesso gratuito alle cure veterinarie di base e a quelle specifiche. Un gatto randagio si ammala facilmente, soprattutto di patologie respiratorie, infezioni, raffreddori e disturbi che, senza cure tempestive, possono aggravarsi in fretta. Continuare a considerare queste cure un problema privato di chi aiuta, significa semplicemente certificare il fallimento del sistema pubblico.
Il problema non sono i gatti ma l’indifferenza organizzata
La verità è che i gatti randagi non sono il problema. Il problema è l’indifferenza organizzata con cui li si lascia vivere e morire. Il problema è l’idea che basti sterilizzare quando si riesce, curare quando qualcuno paga, intervenire quando c’è un’emergenza e poi tornare a voltarsi dall’altra parte. Il problema è uno Stato che conta ma non presidia, enti locali che troppo spesso non conoscono neppure la consistenza delle colonie presenti sul proprio territorio e una cultura pubblica che considera normale ciò che normale non è.
Non basta commuoversi davanti a un gatto ferito. Non basta indignarsi davanti all’ennesima storia di maltrattamento. Non basta dire che si dovrebbe fare di più. Bisogna avere il coraggio di ammettere che così non funziona, che il peso scaricato sui volontari è diventato insostenibile e che lasciare fuori dalle cure proprio gli animali più esposti è una scelta politica, non una fatalità. Fino a quando la sopravvivenza dei gatti randagi dipenderà più dalla generosità di pochi che dalla responsabilità di tutti, l’Italia non potrà dirsi un Paese che tutela davvero gli animali. Potrà solo continuare a raccontarselo.
Ultimi Articoli pubblicati
Maremma al palo: rivolta dei commercianti contro il turismo gestito come un bancomat
di Lorenzo Mancineschi
Gatti randagi, il fallimento di tutti: una vita di strada, affidati per la loro sopravvivenza alla buona volontà di pochi
di Rita Bruno
Montedomini (II): la sindaca che vieta agli altri ciò che permette a sé e una memoria dimenticata
di Rita Bruno
Stop all'escissione, un grido che arriva da Parigi dalla diaspora africana ma l'Italia?
di Rita Bruno
Mugello, un cielo più silenzioso: i fuochi a basso impatto acustico per la Fiera Calda di Vicchio
di Rita Bruno
Caccia, la trattativa con Bruxelles è aperta ma il governo è pronto a pagare la multa pur di non toccare la riforma
di Rita Bruno
Aggiungi commento
Commenti