Stipendi già spesi prima di incassarli: casa, bollette, carburanti e assicurazioni si mangiano il 42% dei consumi

Pubblicato il 31 agosto 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

C’è un numero che racconta meglio di tante statistiche economiche come vivono oggi le famiglie italiane: quasi 42 euro ogni 100 euro di consumi sono destinati alle cosiddette spese obbligate, quelle alle quali è difficile, se non impossibile, rinunciare. Casa, bollette, energia, carburanti, trasporti, assicurazioni, sanità.

Prima ancora di decidere se comprare un vestito, andare al ristorante, cambiare l’auto, concedersi qualche giorno di vacanza o semplicemente togliersi uno sfizio, una parte enorme delle risorse familiari ha già una destinazione obbligata. Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio, nel 2026 queste spese rappresentano il 41,7% dei consumi complessivi delle famiglie, mentre nel 1995 erano circa il 37%. In poco più di trent’anni sono cresciute di quasi cinque punti percentuali.

Tradotto dal linguaggio degli economisti a quello della vita quotidiana: gli italiani non sono necessariamente diventati più poveri soltanto perché guadagnano poco, sono diventati meno liberi di decidere come spendere ciò che guadagnano. Forse questo l’aspetto più preoccupante dell’intera vicenda: le spese obbligate valgono ormai circa 9.700 euro pro capite all’anno. La componente legata all’abitazione supera i 5.300 euro, mentre assicurazioni e carburanti assorbono oltre 2.300 euro e l’energia sfiora i 1.830 euro a persona.

Il confronto storico è ancora più impietoso: dal 1995 l’indice dei prezzi delle spese obbligate è aumentato di circa il 140%, mentre quello dei beni liberamente acquistabili è cresciuto molto meno. Per energia, gas e carburanti l’aumento accumulato supera addirittura il 200%.

Forse dovremmo smetterla di domandarci continuamente perché gli italiani consumano poco, perché i negozi soffrono, perché tante famiglie rimandano l’acquisto dell’automobile, perché si compra meno abbigliamento, perché si cercano le offerte al supermercato, perché si tengono telefoni ed elettrodomestici fino allo sfinimento e perché anche una semplice cena fuori viene ormai valutata come una piccola operazione finanziaria.

Rimodulazione dei consumi

Gli italiani non hanno smesso di spendere: una parte sempre maggiore dei loro soldi viene semplicemente spesa prima che possano scegliere dove spenderla. Quando arriva una bolletta non puoi decidere di non pagarla. Se devi andare al lavoro non puoi rinunciare alla benzina solo perché costa troppo. L’assicurazione dell’auto non è uno sfizio. L’affitto o il mutuo non possono aspettare tempi migliori. Quando queste voci aumentano, qualcosa deve essere sacrificato. Si taglia ciò che può essere tagliato: abbigliamento, ristoranti, vacanze, acquisti per la casa, piccoli piaceri e, nei casi peggiori, persino alcune cure o visite sanitarie.

Gli economisti chiamano tutto questo “rimodulazione dei consumi”. Nelle case degli italiani si chiama più semplicemente rinuncia. Ed ecco perché il problema delle spese obbligate non riguarda soltanto le famiglie ma l’intera economia: ogni euro assorbito in più da bollette, energia, carburanti e costi fissi è un euro che non arriva al commerciante, all’artigiano, al ristoratore, all’albergatore o alla piccola impresa.

Continuiamo a parlare di rilancio dei consumi ma i consumi non si rilanciano con gli appelli alla fiducia. La fiducia non paga la bolletta e l’ottimismo non riempie il serbatoio. Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, ha sottolineato che, nonostante un rallentamento delle spese obbligate, la loro incidenza sui bilanci familiari resta troppo elevata, in particolare per carburanti e bollette, indicando la necessità di intervenire su fisco e tariffe ed eliminare le distorsioni che continuano a pesare sui costi fissi. 

Perdita del potere di acquisto

Proprio qui che la politica dovrebbe cominciare a fare qualche conto serio. Perché possiamo discutere per mesi di bonus, detrazioni, tagli di qualche punto dell’Irpef e aumenti di qualche decina di euro in busta paga, ma se contemporaneamente aumentano le spese incomprimibili il risultato rischia di assomigliare al solito gioco delle tre carte: qualcosa entra da una parte e sparisce immediatamente dall’altra. Basta un aumento della polizza assicurativa, qualche pieno più costoso o una bolletta particolarmente pesante per divorare in poche settimane quello che magari è stato presentato come un grande beneficio annuale per le famiglie.

Mentre celebriamo ogni decimale positivo del PIL o ogni piccolo aumento del reddito disponibile, resta un problema molto più concreto: quanto rimane realmente nelle tasche delle persone dopo avere pagato tutto ciò che devono necessariamente pagare? Perché la vera misura del benessere non è soltanto lo stipendio scritto sulla busta paga, ma quanto di quello stipendio possiamo ancora decidere liberamente come utilizzare.

Se nel 1995 le spese obbligate rappresentavano circa il 37% dei consumi e oggi siamo arrivati quasi al 42%, significa che una fetta crescente della nostra libertà economica è stata progressivamente erosa.

Per le famiglie con redditi più bassi il problema diventa ancora più feroce, perché casa, energia, trasporti e carburante incidono inevitabilmente molto di più su uno stipendio da 1.300 o 1.500 euro che su un reddito da 4.000. È una matematica elementare che sembra però diventare misteriosamente complicatissima appena si entra nei palazzi della politica. Si continua a chiedere agli italiani di consumare, di avere fiducia, di far girare l’economia.

Forse prima bisognerebbe permettere loro di avere qualcosa da spendere dopo aver pagato ciò che non possono evitare. Quasi 42 euro su 100 sono già impegnati. Prima viene la casa, poi la luce, il gas, l’assicurazione, la benzina, i trasporti e tutto il resto. Solo dopo arriva la libertà di scegliere. Sempre che, arrivati a quel punto, nel portafoglio sia rimasto qualcosa.

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