di Massimo Gervasi
C’era un tempo, e non parliamo di mezzo secolo fa ma di appena qualche anno, in cui la plastica sembrava essere diventata una delle grandi emergenze del pianeta.
Prima del Covid era un tormentone quotidiano: mari invasi dai rifiuti, microplastiche, animali marini soffocati, sacchetti da eliminare, prodotti monouso da vietare, imballaggi da ridurre. Governi, partiti, Unione europea e associazioni ambientaliste sembravano aver scoperto improvvisamente che non potevamo continuare a ricoprire il mondo di plastica.
In Italia persino i sacchetti ultraleggeri per frutta e verdura furono regolamentati e fatti pagare, proprio nell’ambito della strategia per ridurne il consumo. Per non dimenticare poi il monouso alternativo alla plastica: i costosi bicchieri, piatti, posate di carta e cartoncino, oppure fatti con polpa di cellulosa o fibra vegetale pressata.
Il dramma del monouso
Poi arrivò il Covid, il monouso tornò prepotentemente nelle nostre vite e qualcosa cambiò. L’emergenza sanitaria è finita, ma la plastica è rimasta. Anzi, basta entrare oggi in un supermercato per assistere al festival dell’imballaggio: quattro pomodori nella vaschetta, due zucchine confezionate, carote imbustate, mezzo melone appoggiato sulla plastica e avvolto nella pellicola, una fetta d’anguria confezionata come un dispositivo medico, frutta tagliata dentro contenitori, insalata nelle buste, affettati, formaggi, carne, pesce, biscotti e merendine dentro involucri, vaschette e pellicole. Plastica dentro il cartone, cartone intorno alla plastica, magari con sopra una bella scritta verde sulla sostenibilità ambientale.
Questo non riguarda soltanto l’alimentare: detergenti, cosmetici, prodotti per la casa, giocattoli, elettronica, spedizioni, confezioni di ogni genere. Tutto deve essere avvolto, protetto, sigillato, separato. Poi arriviamo a casa e scopriamo il risultato aprendo il contenitore della differenziata: enormi quantità giornaliere di plastica, carta, plastica, cartone e ancora plastica.
Tonnellate di plastica si disperdono negli ecosistemi
Eppure il problema ambientale non è misteriosamente scomparso. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ogni anno tra 19 e 23 milioni di tonnellate di rifiuti plastici finiscono negli ecosistemi acquatici, mentre nei mari si stima siano già presenti complessivamente tra 75 e 199 milioni di tonnellate di plastica. Senza interventi significativi, la dispersione negli ecosistemi acquatici potrebbe quasi triplicare entro il 2040.
L’Europa non può certo chiamarsi fuori: nel 2023 ogni cittadino europeo ha prodotto mediamente 35,3 chili di soli rifiuti da imballaggio in plastica, ma ne sono stati riciclati 14,8 chili, con un tasso di riciclo del 42,1%. Ancora più significativo è il confronto nel tempo: rispetto al 2013 produciamo 6,4 chili in più di rifiuti da imballaggio plastico per abitante.
In Italia possiamo certamente vantare risultati migliori sul riciclo: secondo ISPRA nel 2024 gli imballaggi in plastica hanno raggiunto per la prima volta un tasso di riciclaggio del 51,1%, superando l’obiettivo europeo del 50%. Benissimo. Ma non confondiamo il riciclo con la soluzione del problema, perché essere diventati più bravi a gestire il rifiuto non significa essere autorizzati a produrne quantità infinite. Nel 2025 la raccolta differenziata urbana italiana degli imballaggi in plastica ha raggiunto 1.588.842 tonnellate, con una crescita del 3,75% rispetto al 2024 e una media di circa 27 chili per abitante.
L'ipocrisia del sistema
Una montagna che dovrebbe almeno farci porre una domanda: tutta questa plastica è veramente necessaria? Perché una confezione che protegge un alimento, ne aumenta la durata o garantisce sicurezza e igiene ha certamente una funzione; molto più difficile è comprendere la necessità di mettere quattro pomodori in una vaschetta o due pannocchie sotto una pellicola.
Qui emerge l’ipocrisia del sistema: abbiamo scaricato sul cittadino l’obbligo morale di differenziare tutto, mentre molto meno frequentemente ci chiediamo perché quel rifiuto sia stato prodotto a monte. Il consumatore deve separare, schiacciare, conferire correttamente e possibilmente sentirsi anche in colpa se sbaglia contenitore, mentre industria e grande distribuzione possono continuare a riempire gli scaffali di confezioni.
Prima del Covid sembrava che dovessimo salvare il pianeta dalla plastica. Oggi la plastica è dappertutto, l’inquinamento continua, milioni di tonnellate raggiungono ogni anno gli ecosistemi acquatici, ma il problema sembra aver perso improvvisamente fascino politico.
La vera rivoluzione non è soltanto riciclare meglio la plastica: è smettere di produrre quella che non serve. Perché il miglior rifiuto differenziato rimane sempre quello che non abbiamo mai prodotto.
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