di Massimo Gervasi
Ci raccontano da anni che i privilegi della politica sono stati tagliati. Che alla Camera e al Senato non esistono più i pranzi da pochi euro, le aragoste a prezzo di panino e i menù da favola pagati dai cittadini. Ma allora una domanda sorge spontanea: perché continuiamo a finanziare con i nostri soldi il ristorante dei parlamentari?
L'ultimo bilancio della Camera dei Deputati racconta una storia diversa da quella che viene propagandata. Nel 2024 il capitolo dedicato alla ristorazione è salito a 3,062 milioni di euro, con un aumento di quasi 702 mila euro rispetto all'anno precedente, pari a circa il 30%. E questi soldi non arrivano dalle tasche dei deputati, ma da quelle dei contribuenti italiani.
È vero, oggi un caffè costa più di una volta e i prezzi della buvette (ristorante-bar) sono stati in parte riallineati a quelli di mercato. Ma questo cambia davvero la sostanza? No. Perché se il servizio continua a chiudere in perdita e viene coperto con fondi pubblici, significa che la differenza la paghiamo comunque noi.
Il paradosso è ancora più evidente se si considera che il bilancio della Camera chiude con un avanzo superiore ai 45 milioni di euro, mentre proprio il settore della ristorazione continua a pesare sempre di più sulle casse pubbliche. Anzi, l'internalizzazione del servizio, che avrebbe dovuto generare risparmi importanti eliminando gli appalti esterni, finora non ha prodotto gli effetti sperati: i costi sono aumentati invece di diminuire.
E allora viene spontaneo chiedersi: perché il Parlamento deve avere una mensa e una buvette sovvenzionate dai cittadini? Quale lavoratore italiano può contare su un ristorante mantenuto con denaro pubblico? L'operaio? L'infermiere? Il commerciante? L'artigiano? Il pensionato che ogni mese fatica ad arrivare alla fine? Nessuno.
Nel frattempo agli italiani si chiedono sacrifici continui. Bollette più alte, carburanti in aumento, tasse, inflazione e servizi pubblici sempre più costosi. Per ogni euro risparmiato da una famiglia c'è qualcuno che continua a mangiare in strutture mantenute con le risorse dello Stato.
Il problema non è stabilire se un deputato debba pagare 8, 10 o 15 euro per un pranzo. Il vero problema è un altro: perché deve esistere un sistema che continua a essere sostenuto economicamente dai cittadini? Se il servizio è utile, si autofinanzi come qualsiasi bar o ristorante italiano. Se non riesce a stare in piedi economicamente, forse è arrivato il momento di ripensarlo.
La politica ama parlare di equità, sacrifici e responsabilità. Bene. Cominci proprio da casa propria. Perché finché il conto della buvette finirà sulle spalle dei contribuenti, sarà difficile convincere gli italiani che i privilegi appartengono davvero al passato.
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