Il grande trucco del Fisco: tassano quando guadagni, quando spendi e anche dopo

Pubblicato il 20 luglio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Luigi Einaudi lo aveva spiegato oltre mezzo secolo fa con una chiarezza che ancora oggi dovrebbe far riflettere chi governa il Paese. Nel suo saggio "Il mito dei doppi d'imposta" sosteneva che i cittadini spesso parlano di "doppia tassazione", ma il vero problema è un altro: non è il doppio, è il troppo. Non importa se lo Stato incassa cento euro con un'unica imposta o con dieci prelievi da dieci euro ciascuno. Il risultato è identico: quei cento euro escono comunque dalle tasche del contribuente.
Ed è proprio questo il punto. Il sistema fiscale italiano è diventato così frammentato che il cittadino raramente si rende conto di quanto paghi davvero. Una trattenuta in busta paga, un'addizionale regionale, un'imposta comunale, l'IVA sullo scontrino, il bollo dell'auto, l'IMU, la TARI, le accise sui carburanti. Ogni singolo prelievo può sembrare sopportabile. È la loro somma a trasformarsi in un macigno.
I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare. Nel 2025 la pressione fiscale italiana ha raggiunto il 43,1% del PIL, una delle più elevate d'Europa. Significa che, considerando imposte e contributi sociali, oltre 43 euro ogni 100 euro di ricchezza prodotta finiscono nelle casse pubbliche. Eppure, nonostante questo enorme gettito, lo Stato continua a spendere più di quanto incassa, mantenendo il deficit e alimentando un debito pubblico gigantesco.
L'esempio più semplice è quello di un lavoratore dipendente. L'impresa sostiene un costo di 100 euro per il suo lavoro. Secondo i dati OCSE, circa 45,8 euro vengono assorbiti da imposte e contributi. Al lavoratore resta economicamente poco più della metà. Ma la storia non finisce lì. Quando utilizza quel denaro per fare la spesa, acquistare un elettrodomestico o un capo d'abbigliamento, paga anche l'IVA. In pratica il reddito viene prima tassato quando viene prodotto e poi nuovamente colpito quando viene speso.
Einaudi osservava che, dal punto di vista giuridico, non si tratta della stessa imposta: nel primo caso viene tassato il reddito, nel secondo il consumo. Aveva ragione. Ma il cittadino non vive di definizioni giuridiche. Vive di ciò che rimane nel portafoglio. E la domanda che si pone è semplice: quanti passaggi deve fare lo stesso euro prima che lo Stato smetta di trattenerne una parte?
Prendiamo l'automobile. La compriamo con denaro già tassato. Sul prezzo paghiamo l'IVA. Ogni anno versiamo il bollo. Quando facciamo rifornimento troviamo le accise e, sopra un prezzo che già contiene le accise, paghiamo anche l'IVA. A questo si aggiungono le imposte presenti nel premio assicurativo. Formalmente sono tributi diversi. Nella vita quotidiana, però, il cittadino vede soltanto una continua uscita di denaro.
La casa segue lo stesso percorso. Si acquista con redditi già tassati, si pagano IVA o imposta di registro, imposte ipotecarie e catastali, poi arrivano IMU e TARI, e se produce reddito entra di nuovo nel circuito della tassazione. Ogni fase della vita dell'immobile comporta un nuovo prelievo.
C'è poi il caso degli utili societari, che Einaudi considerava uno degli esempi più vicini alla vera doppia imposizione. Una società realizza un utile e paga l'IRES del 24%. Se ciò che resta viene distribuito ai soci, questi pagano normalmente un'ulteriore imposta del 26% sui dividendi. Il risultato è che quasi il 44% dell'utile iniziale viene assorbito dal fisco prima di arrivare nelle tasche del proprietario.
Il punto, quindi, non è sostenere che ogni imposta sia illegittima. Uno Stato ha bisogno di risorse per finanziare sanità, scuola, sicurezza e infrastrutture. Il problema nasce quando il cittadino perde la percezione del prelievo complessivo perché è distribuito tra decine di imposte, contributi e tributi diversi.
Ed è forse proprio questa la grande intuizione di Einaudi. Spezzettare il prelievo lo rende meno visibile. Nessuno presenta mai il conto finale. Il Governo parla dell'IRPEF, i Comuni delle imposte locali, le Regioni delle addizionali, altri enti delle proprie tariffe. Tutti spiegano la singola voce. Quasi nessuno mostra al contribuente quanto paga realmente in un anno sommando ogni forma di prelievo.
La trasparenza dovrebbe essere la prima riforma fiscale. Ogni lavoratore dovrebbe sapere quanto costa realmente all'azienda e quanto arriva effettivamente nelle sue tasche. Ogni famiglia dovrebbe poter conoscere, in un unico documento, quante imposte e contributi ha versato durante l'anno, direttamente e indirettamente.
Solo allora il dibattito sulla pressione fiscale diventerebbe finalmente onesto.
Perché Luigi Einaudi ci ha lasciato una lezione ancora attuale: il problema non è il nome delle imposte, ma il loro peso complessivo. E finché il prelievo continuerà a essere nascosto tra decine di voci diverse, gli italiani avranno sempre la sensazione di essere tassati ogni volta che lavorano, acquistano, risparmiano o investono.
Forse non sarà sempre una doppia tassazione.
Ma è certamente una tassazione continua.

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