di Giandomenico Torella
Dio è morto e anche la nazionale non se la passa molto bene, direbbe Groucho Marx.
I cattolici si consolano nella certezza della risurrezione e della grigliata di pasquetta (se non piove), i tifosi sono tormentati e divisi se basti o meno una solenne purga.
Strategia? Convocati? Temperature avverse e/o saturno contro? Sono questioni che si contrappongono in tutti al bar, pure in Parlamento la faccenda è uscita dalla buvette, tutti affannati alla ricerca della “ eziopatologia” del guaio, ovvero lo studio combinato delle cause (eziologia) e dei meccanismi di sviluppo (patogenesi).
Specie dopo il rotolare di teste che il la rivoluzione francese pare una coreografia del Bol'šoj . Ma il malato non è il calcio, come apparirebbe, o meglio il calcio è un effetto evidente di una malattia che coinvolge tutto il corpo, tutta la società. Con buona pace del buon Carneade (si quello che don Abbondio non sapesse chi fosse) il punto è Il rapporto che c'è tra certezze e incertezze nelle decisioni, tra costi e prestazioni ovvero tra impegno (morale preso) e risultati.
E già, perché in un modo fatto di innumerevoli regole che misurano al millimetro ogni azione di gioco e che pretende di regolamentare anche la vita dei consociati (se non si è consociati non si gioca) ogni devianza è sanzionata. Una vita sotto la lente che disseziona le prestazioni misurabili dove persino salute e malattia messe sotto la lente dei microscopi. Fuor di metafora il sistema si scontra con l’istinto più profondo e primordiale che accomuna ogni essere vivente dall’ameba alla balena: l’autoconservazione.
Questo è il vero dramma o se si preferisce la dissonanza cognitiva. O si prende per buono che tutto il nostro sistema deve essere ossequioso il principio di non contraddizione, per cui una vittoria è una vittoria e una sconfitta è una sconfitta, o si stravolge tutto e si ipotizza che la vita è regolata da una infinita serie di pareggi al solo fine di autoconservarsi il posto, la reputazione , in ultima analisi i danari che ne derivano dalla poltrona. Nel calcio non funziona così. E le teste rotolano.
Nella nostra vita quotidiana invece le deriva tende a porre tutti e tutto su di un unico piano. Tutto e il contrario di tutto sono simili e talmente assimilabili che, alla fine, devono venir percepiti e presentati (venduti, visto che siamo sostanzialmente dei consumatori) come uguali.
Lo si vede alle elezioni (o ai referendum) dove tutti salgono sul podio più alto, pure quelli che hanno perso. E fin qui scappa un sorriso di compatimento ma se questo avviene nel più piccolo, nella gestione spiccia della cosa pubblica? Siamo ancora disposti a sorridere, fare spallucce, convincerci, mentendo a noi stessi, che "tanto a me non mi tocca”?
Così come non è auspicabile la lapidazione in sala mensa (alla "fantozzi") altrettanto il famoso “passo indietro” non è giustizialismo è realismo. Dove tutto è reso misurabile basta il pallottoliere, manco l'abaco e sulla bilancia di Dike, la dea ellenica della giustizia umana, quella maggiormente nota e onnipresente nelle aule di giustizia, finiscono i risultati, non importa che nome hanno i giudicati.
Meno nota è la bilancia di Themis, altrettanto dea ellenica ma che soppesa la giustizia naturale, la morale e quella sta facendo le ragnatele. Prendere atto che un perdente sul campo da gioco o nella gestione pubblica si sottragga all'eventualità di lasciare l'incarico anzi rivendichi il fallimento come altro rispetto alle sue responsabilità è nient'altro che la banalizzazione dell'immoralità.
“Il cielo stellato sopra di me e la coscienza morale dentro di me” ha fatto scrivere sulla sua tomba Immanuel Kant. Il cielo stellato dei numeri è ancora lì da sempre, la coscienza morale di Kant non assomiglia affatto a quella corrente, più assimilabile (purtroppo) alle molle delle mutande. Ognuno c'ha le sue e raramente viene esposta per evitare il confronto purtuttavia, col tempo, indipendentemente se se ne è fatto un buon uso, tendono a slabbrarsi e non reggere per il suo scopo. Mostrando le pudenda .
Un mondo con l'etica paragonabile alle mutande è povero di morale ma soprattutto è un mondo più povero di quello dove vivono gli esseri che chiamiamo selvaggi e che per distinguersi da noi civili le mutande non le portano.
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