di Rita Bruno
Grande debutto all'ospedale pediatrico Meyer di Firenze dove è coinvolto in un progetto sperimentale il primo felino Pitagora. Il progetto attenziona il reparto psichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza ma tra Niguarda e Fatebenefratelli a Milano, la cat therapy in ospedale ha già mostrato i suoi primi risultati.
Si chiama Pitagora, è un felino rosso dell'Associazione Antropozoa di Arezzo che si occupa di interventi assistiti con gli animali. Protagonista di una sperimentazione avviata in uno dei reparti più delicati dell'ospedale pediatrico di Firenze.
Pitagora non è precisamente un giocherellone ma ama il contatto fisico e adora le coccole. La sua spiccata caratteristica è l'interazione con grande qualità di osservatore speciale.
Il progetto Pitagora nella pet therapy
L'ingresso del felino è previsto una volta alla settimana, in un ambiente igienizzato prima e dopo la sua presenza. Sarà sempre accompagnato da operatori specializzati, mentre veterinari ed etologi monitoreranno costantemente il benessere dell'animale.
L'obiettivo è capire quanto la relazione con il felino possa incidere sul piano emotivo, cognitivo e relazionale, soprattutto nei giovani pazienti che fanno più fatica a fidarsi e a comunicare costruendo legami.
Il gatto sostituisce il cane?
Al Meyer, la pet therapy non debutta oggi. Da circa 25 anni i cani dell'Associazione Antropozoa accompagnati dai loro operatori fanno parte degli interventi assistiti con gli animali in ospedale.
L'arrivo di Pitagora non sostituisce quella esperienza, ma la allarga. Accanto alla relazione con il cane, i sanitari puntano ora sulle caratteristiche del gatto, ritenuto particolarmente adatto nei percorsi di supporto emotivo, nell'accudimento e nelle dinamiche di contatto più rassicuranti e meno invasive.
La scelta di portare un gatto in reparto ha anche un valore simbolico: se il cane è da tempo il volto più noto della pet therapy, il felino resta ancora una presenza rara negli ospedali italiani. Eppure i primi segnali arrivati da altre esperienze raccontano che quella dei gatti non è più soltanto una curiosità.
Precedenti simili, solidi a Milano e Bologna
Secondo il Corriere della Sera, tra Niguarda e Fatebenefratelli si sono svolte oltre 200 sedute di pet therapy con gatti coinvolgendo circa 2.000 pazienti pediatrici tra i sei mesi e i 18 anni. I protagonisti sono gatti di razza Ragdoll, scelti per il temperamento docile, impiegati sia in spazi dedicati, sia direttamente in corsia.
Al Niguarda, il progetto "Gatto, amico mio" gestito dalla Associazione Onlus Frida's Friends, la presenza dei felini è stata pensata per i bambini ricoverati in pediatria e per quelli in attesa di visita o di day hospital.
L'idea è molto semplice: abbassare ansia e stress per rendere meno duro il tempo da trascorrere in ospedale. Favorire socializzazione, attenzione e memoria, ma anche migliorare il rapporto con il personale sanitario in un contesto spesso segnato dalla paura.
Al Fatebenefratelli, la sperimentazione ha riguardato anche i ragazzi seguiti per disturbo del comportamento alimentare. Contrattando un attività con tre Ragdoll. - Diletta, Kinder e Milù - descrivendo il valore di una presenza percepita come non giudicante, capace di gestire meglio l'ansia, rompere l'isolamento restituendo ai pazienti un momento di calma dentro il percorso di cura.
Al Sant'Orsola di Bologna, in collaborazione tra ASL e neuropsichiatria infantile, il progetto di pet therapy felina del centro "La Cicogna" lavora invece con ragazzi nello spettro autistico e con disturbi d'ansia. Il gatto viene usato per favorire la richiesta verbale prima del contatto: il ragazzo deve chiedere esplicitamente di poterlo accarezzare, proprio in quel passaggio si sblocca la comunicazione con il terapista.
Nella ginecologia oncologica, il policlinico adotta il progetto e accanto ai "dog-tori" assume anche il "doc-gatto", segnale di un utilizzo sempre più articolato degli animali nei percorsi di supporto alle pazienti. Una presenza pensata per offrire conforto, alleggerire stress e ansia e rendere più umano il tempo delle cure.
Comunicazione con vibrisse
Nel racconto di queste esperienze emerge un dato comune: il gatto non sostituisce la terapia ma diventa uno strumento di relazione.
In ospedale dove la routine clinica può accentuare paura, chiusura e senso di estraneità, la sua presenza viene descritta come quella di un facilitatore capace di riaprire canali di comunicazione e di restituire almeno per un tratto una dimensione più domestica e rassicurante.
Su questa linea il Meyer ha deciso di investire oggi portando la sperimentazione felina nel cuore di uno dei suoi reparti più delicati.
Il caso di Pitagora al Meyer ha quindi il valore di una novità importante ma anche di una conferma: in Italia la pet therapy con i gatti sta uscendo dalla dimensione episodica per entrare con prudenza e con protocolli rigorosi, dentro percorsi ospedalieri sempre più definiti.
Firenze apre un nuovo capitolo in psichiatria pediatrica, Milano e Bologna con le sperimentazioni già avviate dimostrano che quella strada può avere continuità.
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