Dichiarazione dei Redditi: a chi finisce davvero il 2, il 5 e l'8 per mille?

Pubblicato il 18 maggio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Ogni anno, quando arriva il momento della dichiarazione dei redditi, milioni di italiani si trovano davanti a tre caselle apparentemente innocue: 2 per mille, 5 per mille e 8 per mille. Una firma, un codice fiscale, una scelta fatta spesso in pochi secondi davanti al CAF, al commercialista o al modello precompilato. Ma dietro quella firma si muovono centinaia di milioni di euro. E allora la domanda è semplice: chi incassa davvero quei soldi? E soprattutto: vengono usati davvero per gli scopi promessi?

Partiamo da un punto chiave: non sono donazioni aggiuntive. Il contribuente non paga di più. Si tratta di quote dell’Irpef che lo Stato destina in base alla scelta del cittadino. Il 2 per mille va ai partiti politici ammessi; il 5 per mille a enti del Terzo settore, ricerca, sanità, sport dilettantistico, cultura e altri soggetti accreditati; l’8 per mille allo Stato o alle confessioni religiose riconosciute.

La cifra più delicata è l’8 per mille, perché qui c’è un meccanismo che molti ignorano: se il contribuente non firma, quella quota non resta semplicemente allo Stato, ma viene comunque ripartita in proporzione alle scelte espresse. In pratica, anche il silenzio pesa. E pesa molto. L’Agenzia delle Entrate conferma che, in mancanza di firma, l’8 per mille viene attribuito proporzionalmente alle scelte fatte dagli altri contribuenti.

Nel 2024 la Chiesa cattolica ha continuato a essere il principale beneficiario dell’8 per mille: secondo i dati pubblicati dal Dipartimento delle Finanze e rilanciati dalla stampa, ha ottenuto circa 990,9 milioni di euro, pur con un calo storico sotto il miliardo. La scelta diretta per la Chiesa cattolica è stata espressa da una minoranza del totale dei contribuenti, ma il meccanismo delle quote non espresse amplifica enormemente il risultato finale.

La Chiesa cattolica dichiara di impiegare i fondi per esigenze di culto e pastorale, interventi caritativi in Italia e nei Paesi poveri, sostentamento del clero. Nel rendiconto 2024 risultano, tra le altre voci, 275 milioni destinati a interventi caritativi e 80 milioni per sviluppo dei popoli.

Il punto, però, resta politico e civile: la rendicontazione esiste, ma il cittadino medio raramente la legge, raramente la verifica e spesso firma sulla base di uno slogan pubblicitario.

Il 5 per mille è forse lo strumento percepito come più “vicino” al cittadino, perché riguarda ricerca, malattie, volontariato, associazioni, ospedali, enti sociali. Nel 2024 ha mosso circa 523 milioni di euro, distribuiti a oltre 90 mila enti. In testa c’è AIRC, con circa 71,8 milioni di euro; seguono Fondazione piemontese per la ricerca sul cancro, Emergency, Lega del Filo d’Oro, AIL, Medici Senza Frontiere, Save the Children e altri grandi nomi del sociale e della sanità.

Qui la domanda scomoda è inevitabile: più pubblicità significa più firme? Spesso sì. Gli enti più conosciuti, più presenti in televisione, più forti nella comunicazione, raccolgono cifre enormi. Questo non vuol dire che i soldi siano spesi male, ma significa che il sistema premia anche la capacità di marketing. AIRC, per esempio, dichiara di destinare i fondi del 5 per mille a programmi speciali di ricerca, a centinaia di progetti e a migliaia di ricercatori.

Esistono controlli? Sì. Gli enti che ricevono il 5 per mille devono redigere un rendiconto e una relazione illustrativa sull’utilizzo delle somme. Per gli importi più alti è previsto anche l’invio all’amministrazione competente e la pubblicazione. Ma anche qui il problema è la trasparenza reale: il documento c’è, il cittadino però deve andarselo a cercare. E spesso non è immediato capire se quei soldi siano finiti direttamente nei progetti promessi o dentro costi generali, comunicazione, personale, struttura e gestione.

Infine, c’è il 2 per mille, quello ai partiti politici. Nelle dichiarazioni 2025, relative ai redditi 2024, il totale ripartito ha superato i 32 milioni di euro. In testa il Partito Democratico con circa 10,57 milioni, seguito da Fratelli d’Italia con circa 6,62 milioni e dal Movimento 5 Stelle con circa 3,17 milioni.

E qui il paradosso è evidente: mentre tanti cittadini pensano al 5 per mille come aiuto ai malati, alla ricerca o al volontariato, il 2 per mille continua a rappresentare una forma di finanziamento pubblico indiretto alla politica. Legittima, prevista dalla legge, volontaria. Ma pur sempre denaro fiscale che arriva ai partiti attraverso la dichiarazione dei redditi.

Il punto non è dire “non firmate”. Il punto è dire: firmate sapendo cosa state facendo. Perché quella casella non è una formalità. È una scelta economica. È una scelta politica. È una scelta etica. E quando milioni di contribuenti firmano, o non firmano, il risultato non è simbolico: diventa un fiume di denaro pubblico.

Forse sarebbe il caso che ogni CAF, ogni commercialista, ogni sportello fiscale non si limitasse a chiedere: “A chi vuole destinare il 2, il 5 e l’8 per mille?”. Forse dovrebbe aggiungere una seconda domanda: “Vuole sapere quanto incassa questo ente e come dichiara di spendere quei soldi?”.

Perché la solidarietà è una cosa seria. La fede è una cosa seria. La politica è una cosa seria. Ma proprio per questo non possono vivere solo di firme distratte, slogan emozionali e rendiconti che quasi nessuno legge.

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