di Massimo Gervasi
C’è un fenomeno che sta crescendo sotto gli occhi di tutti e che ormai viene accettato come normale, quasi inevitabile, quasi moderno, ma che moderno non è: è solo più raffinato, più digitale, più nascosto. Si chiama OnlyFans e viene raccontato come una piattaforma di libertà, di autodeterminazione, di indipendenza economica, ma dietro questa narrazione si nasconde una realtà molto più cruda: la trasformazione del corpo umano, soprattutto femminile, in un prodotto venduto a pagamento dentro un sistema perfetto che genera miliardi.
OnlyFans oggi conta milioni di creator e centinaia di milioni di utenti nel mondo, con oltre 7 miliardi di dollari spesi in un solo anno. Numeri enormi, che da soli raccontano la dimensione del fenomeno. Ma il dato più importante è un altro, ed è quello che nessuno racconta davvero: la stragrande maggioranza di chi entra in questo sistema non diventa ricca, anzi. Il guadagno medio si aggira intorno ai 130-180 dollari al mese, e sotto il 5% dei creator si scende addirittura a cifre ridicole, anche 24 dollari mensili. Nel frattempo una minuscola élite, lo 0,1%, si prende fino al 76% di tutti i guadagni. Tradotto: milioni di persone espongono il proprio corpo, la propria intimità, la propria vita per arricchire pochi.
E allora cade la prima grande bugia: non è vero che è una scorciatoia facile. È una competizione feroce, dove per emergere bisogna spingersi sempre più oltre, sempre più espliciti, sempre più estremi. E qui iniziano i veri problemi. Perché dietro molti profili non ci sono solo “scelte libere”, ma spesso situazioni difficili: persone senza lavoro stabile, giovani attratti dal mito del guadagno facile, donne che entrano per necessità economica e finiscono intrappolate in una spirale da cui è difficile uscire. Non è un caso che oltre il 60% dei creator utilizzi la piattaforma come seconda fonte di reddito, segno evidente che non è libertà assoluta, ma bisogno.
E poi c’è un altro aspetto che non viene raccontato abbastanza: la pressione. Perché su queste piattaforme non basta esserci, bisogna performare, produrre, attirare, trattenere clienti. I guadagni non arrivano dagli abbonamenti, ma soprattutto dalle interazioni private, dai contenuti personalizzati, dai messaggi a pagamento. Questo significa una cosa molto semplice: il corpo diventa un servizio su richiesta. Non più solo esposizione, ma relazione venduta, attenzione venduta, intimità venduta.
E in questo sistema entrano sempre più giovani. Giovani che crescono già immersi in un contesto completamente alterato. Perché prima ancora di OnlyFans, c’è un altro problema gigantesco: l’accesso libero alla pornografia. Un ragazzo oggi può entrare su siti come YouPorn o simili in pochi secondi, senza controlli reali, senza verifiche serie, semplicemente cliccando su “ho più di 18 anni”. E da lì si apre un oceano infinito di contenuti espliciti, gratuiti, estremi, disponibili a qualsiasi ora, da qualsiasi dispositivo.
Questo cambia tutto. Cambia la percezione del sesso, cambia il rapporto con il corpo, cambia la costruzione delle relazioni. Perché se il primo contatto con l’intimità avviene attraverso contenuti costruiti, esasperati, irreali, allora il rischio è crescere con una visione completamente distorta. E quel passaggio dal gratuito al pagamento diventa naturale: prima guardi, poi vuoi di più, poi inizi a pagare. E dall’altra parte qualcuno è pronto a vendersi.
E allora la domanda vera non è se OnlyFans sia giusto o sbagliato. La domanda è un’altra: che società stiamo costruendo? Una società dove il valore di una persona viene misurato in base a quanto riesce a monetizzare il proprio corpo? Dove l’intimità diventa un prodotto? Dove milioni di giovani crescono pensando che tutto, anche ciò che dovrebbe essere più umano, più profondo, più personale… possa essere venduto?
Non è moralismo. È realtà. Ed è sotto gli occhi di tutti. Solo che continuiamo a far finta di non vederla.
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Servizio di Lorenzo Mancineschi - Riprese a cura di Riccardo Mansi
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