di Massimo Gervasi
Il posto fisso continua a essere uno dei grandi miti italiani. Un’idea rassicurante, quasi salvifica, che però spesso si scontra con una realtà molto più complessa. A parlarne senza giri di parole è Antonio Sorrento, presidente delle Partite IVA Nazionali, mettendo il dito in una ferita che nessuno ama davvero guardare: il cortocircuito tra istruzione, aspettative e mondo dell’impresa.
Ogni giorno imprenditori e selezionatori si trovano davanti ragazzi e ragazze preparatissimi sul piano teorico, con curricula impeccabili, titoli, master, certificazioni. Eppure, appena inizia il colloquio, qualcosa si inceppa. Non sanno “vendere” se stessi, non riescono a raccontare cosa sanno fare, cosa possono portare in azienda. Vanno in tilt. Non per mancanza di intelligenza, ma perché scuola e lavoro parlano due lingue diverse.
La domanda, allora, è inevitabile: la scuola italiana prepara davvero al lavoro?
O meglio: prepara al dialogo che serve per entrare nel lavoro?
Istruzione sì, ma non basta
L’istruzione scolastica è fondamentale. È la base di qualsiasi approccio: lavorativo, umano, comunicativo. Senza quella, non c’è pensiero critico, non c’è capacità di comprendere contesti, non c’è crescita. Ma pensare che basti un titolo per costruire un rapporto di lavoro è uno degli errori più diffusi.
Un imprenditore, quando valuta un’assunzione, non guarda solo il pezzo di carta. Guarda le caratteristiche della persona, la capacità di stare dentro un contesto, di comunicare, di assumersi responsabilità. Il rapporto di lavoro non nasce da un curriculum letto frettolosamente, ma da ciò che una persona riesce a trasmettere in modo empatico durante un incontro.
L’errore più comune al colloquio
Ed è qui che, come sottolinea Sorrento, molti sbagliano clamorosamente approccio.
Arrivati al colloquio, invece di spiegare cosa sanno fare, raccontano subito cosa vogliono:
“Quanto mi dai?”
“Quanti giorni liberi ho?”
“Quante ferie?”
“Quante ore devo lavorare?”
Domande legittime, certo. Ma se diventano l’apertura del dialogo, trasmettono un messaggio chiaro: insicurezza, distanza, pretesa. Un rapporto di lavoro, invece, è per definizione reciproco. Prima si costruisce, poi si negozia. Prima si dimostra valore, poi si parla di condizioni.
Se tu mi chiedi subito quanto ti do, senza dirmi cosa puoi dare all’azienda, che tipo di relazione stiamo costruendo? Il lavoro non è solo tempo scambiato per denaro: è qualità, competenze, specializzazione, crescita. Ed è proprio su questo che, col tempo, si sale di livello anche economicamente.
Anche il datore di lavoro sbaglia
Sarebbe però troppo facile scaricare tutte le responsabilità sui giovani. Anche dal lato dei datori di lavoro qualcosa non funziona. Spesso manca la capacità di spiegare, di formare, di accompagnare. Si pretende subito il lavoratore “pronto”, dimenticando che nessuno nasce pronto davvero. Il fallimento del dialogo è quasi sempre condiviso.
Uscire dal mito, entrare nella realtà
Il posto fisso non è un totem da venerare né un diritto automatico. È, semmai, il risultato di un equilibrio: tra competenze e atteggiamento, tra istruzione e capacità relazionale, tra ciò che si chiede e ciò che si è disposti a dare.
Forse la vera riforma di cui abbiamo bisogno non è solo nei contratti o nei numeri, ma nel modo in cui insegniamo e impariamo a stare nel mondo del lavoro. Meno slogan, meno illusioni. Più dialogo vero, da entrambe le parti.
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