di Alessio Colletti
I negoziati sul nucleare iraniano vanno avanti, mentre si fanno sempre più forti le voci di un possibile attacco americano.
Proseguono a Ginevra le trattative fra Stati Uniti e Iran con l’intermediazione dell’Oman. L’obiettivo è fermare il processo di arricchimento dell’uranio da parte dello stato persiano e quindi impedire la costruzione di un’arma atomica. Le ultime notizie non sono positive, le probabilità di un accordo si stanno allontanando e si vocifera con insistenza di un imminente attacco dell’esercito americano che continua a concentrare le proprie forze nell’oceano Indiano. La portaerei Ford, la più grande e tecnologica del mondo, è ormai prossima a raggiungere le acque del Medio Oriente. E’ un segnale che molti interpretano come il preludio a un’offensiva.
Teheran si rifiuta di esportare il quantitativo di uranio arricchito ma si è detta disponibile a diluirne la purezza sotto il controllo di esperti AIEA. L’offerta iraniana potrebbe essere considerata non sufficiente dagli Stati Uniti e, soprattutto, da Israele che continua a esercitare forti pressioni su Trump per spingerlo ad attaccare. Il presidente americano sembra più orientato a un’operazione chirurgica per forzare Khamenei ad adeguarsi alle sue condizioni. Intanto a Teheran sono riprese le manifestazioni di protesta dei cittadini.
L’Iran è una superpotenza regionale
L’Iran è uno stato di oltre 90 milioni di abitanti, con una popolazione quasi interamente musulmana sciita e piccole minoranze zoroastriane, cristiane ed ebraiche. I dati economici sono negativi, con alti indici di inflazione e disoccupazione giovanile, soprattutto a causa delle sanzioni occidentali. Ma l’Iran rimane una potenza temibile, fra le più influenti di tutto il Medio Oriente. Quando parliamo di Iran, o Persia, parliamo di un popolo con una storia millenaria, dal carattere fiero e notoriamente incline all’egemonia. Basta pensare solamente all’esperienza dell’impero Achemenide che, cinque secoli prima di Cristo, vantava un’estensione enorme e si pensa inglobasse circa la metà della popolazione mondiale all’epoca esistente. Tradizionalmente di fede zoroastriana, dopo la conquista araba del VII secolo l’Iran ha abbracciato la religione islamica con gradualità. Nel 1500 la dinastia Safavide ha imposto lo Sciismo come religione ufficiale dello stato. E’ stata una mossa importantissima che ha segnato una svolta per la Persia moderna rispondendo al bisogno di questo popolo di riconoscersi in un’identità autonoma e distinta dal mondo sunnita.
Oggi l’Iran è fra i maggiori produttori di petrolio al mondo e in relazione molto stretta con Russia e Cina. Controlla lo stretto di Hormuz, collo di bottiglia da cui transita il 20/25 % del greggio mondiale e cruciale per gli equilibri internazionali.
Gli Stati Uniti ammettono il disegno di indebolire il rial per fomentare le rivolte
Intanto Scott Bessent, Segretario al Tesoro americano, ha ammesso che gli Stati Uniti hanno deliberatamente architettato una carenza di liquidità del dollaro nel sistema finanziario iraniano per indebolire il rial e creare malcontento fra la popolazione. Come tutti sanno, nelle transazioni mondiali di prodotti petroliferi il dollaro rimane la valuta largamente dominante, sebbene Cina e BRICS si stiano adoperando per ridurne l’influenza a favore dello yuan. Ebbene, in Iran, le sanzioni occidentali hanno ostacolato le vendite di petrolio e provocato un isolamento delle banche nel circuito internazionale con la conseguenza che l’approvvigionamento di dollari ha subito un’importante contrazione. Le riserve del biglietto verde risultano fondamentali, non solo per le compravendite di petrolio e di beni dall’estero, ma anche per stabilizzare la propria moneta. Così, quando la Banca Centrale iraniana vuole far apprezzare la propria valuta, il rial, può farlo vendendo dollari e comprare moneta nazionale. Così facendo la domanda di rial cresce e, quindi, anche il relativo valore ne risente positivamente. Ma questa operazione è diventata molto più difficile a causa della difficoltà di disporre di riserve del dollaro: allora il rial si è indebolito, le importazioni sono diventante più onerose, l’inflazione è salita. Se il livello generale del prezzo dei beni si alza, in un Paese già provato come quello persiano con una crisi senza fine e una soglia di tolleranza al limite per gli abusi del potere centrale, sarà molto più probabile che i cittadini scendano nelle strade per sfogare tutta la propria rabbia ed esasperazione.
Quali conseguenze se gli Usa attaccano? Come reagiranno Cina e Russia?
Come già detto, l’Iran ha rapporti stretti con i grandi rivali degli Stati Uniti. Cina, Russia e Iran hanno siglato accordi militari e condividono il medesimo progetto di revisione dell’ordine mondiale. La Cina sta provando a costruire un sistema di pagamento internazionale alternativo allo SWIFT, basato sul dollaro, per permettere la commercializzazione di materie prime in yuan. Si tratta di una mossa temutissima dagli Stati Uniti e Pechino sta tentando di coinvolgere anche Paesi come l’Arabia Saudita, attore di spicco nella produzione di petrolio. Oltre a questo, la Cina mette a disposizione di Teheran le preziose informazioni dei suoi satelliti sui movimenti militari americani. Sembra che l’intelligence iraniana possa accedere anche all’avanzatissimo sistema satellitare Beidou, creato dalla Cina per rispondere al Gps a guida americana. Il sistema Beidou è ancora meno diffuso del Gps ma possiederebbe una precisione superiore. Inoltre Pechino rifornisce Teheran di know-how e sistemi missilistici per migliorare le capacità offensive delle sue forze armate. Non è un caso che l’Ayatollah Khamenei abbia minacciato una ritorsione diretta contro le portaerei presenti nella regione, anche se questa intimidazione pare difficile da attuare vista la superiorità tecnica delle forze statunitensi. Più probabile un attacco alle basi americane dislocate nella regione o contro Tel Aviv.
Dopo il rapimento di Maduro, Cina e Russia non possono perdere un altro alleato ma nemmeno rischiare un coinvolgimento diretto nel conflitto. C’è da considerare che il ristretto club di potenze in possesso di armamenti nucleari non ha alcun interesse a che questo “circolo privilegiato” si estenda ulteriormente. Quindi Pechino e Mosca, pur essendo saldamente a fianco dello stato persiano, non sarebbero così dispiaciute se il programma nucleare iraniano fallisse ma, nel momento in cui l’obiettivo delle forze occidentali si spingesse oltre, allora la reazione diverrebbe significativamente più decisa. In altre parole, Cina e Russia si oppongono a qualsiasi tentativo di “regime change” perché un tale sviluppo consentirebbe l’insediamento di un apparato sostitutivo filo-statunitense a detrimento degli interessi dei due Paesi leader dei BRICS. Nel caso di un esteso attacco da parte di Trump, allora, Cina e Russia sosterranno Teheran ed eventualmente potrebbero fornire l’assistenza necessaria per una ritorsione contro le basi americane nella regione (con il pericolo di rendere ancora più delicato il rapporto con le leadership arabe) o il territorio israeliano con tutti i rischi che una siffatta operazione comporterebbe.
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