Dormitori chiusi in estate: una realtà scomoda 

Pubblicato il 25 maggio 2026 alle ore 07:00

di Tania Amarugi

Finito l’inverno, in molti comuni italiani sono stati chiusi numerosi dormitori e strutture straordinarie  del "Piano Freddo", aumentando così le gravi emergenze sociali già esistenti, con centinaia di  senzatetto e richiedenti asilo costretti a tornare a dormire in strada o in accampamenti di fortuna. 

E’ accaduto a Trento, dove la chiusura del dormitorio femminile di via Saluga ha costretto almeno  20 donne, in condizioni di forte fragilità, a lasciare la struttura, nonostante le proteste delle associazioni  locali, tra cui lo Sportello Casa per Tutte.

A Bolzano, con la chiusura del centro ex Alimarket, che  accoglieva lavoratori e senzatetto nel corso dell'inverno, oltre 250 persone sono tornate in strada. Le forze dell'ordine hanno avviato lo sgombero sistematico degli accampamenti di fortuna nati sotto i ponti cittadini.

Anche a Grosseto, la chiusura del dormitorio di via Culicchi ha provocato la reazione dei sindacati e dei comitati cittadini e altre associazioni, come il Sunia che ha duramente contestato  l'amministrazione comunale per il mancato rinnovo dei servizi essenziali legati all'accoglienza  pubblica.

A Napoli, ad esempio, criticaurbana.it evidenzia come a  fronte di circa duemila senzatetto, le strutture ordinarie riescano a coprire a malapena 350 posti letto complessivi, lasciando la stragrande maggioranza dei diseredati a vivere per strada.

Housing First: la casa come reinserimento sociale

L'approccio Housing First, la casa come primo passo per il reinserimento sociale, approvato anche nelle linee guida del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, pone al centro il diritto alla casa  come diritto fondamentale della persona. 

Non si comprende allora perché spesso l’accesso alle strutture esistenti è condizionato da regolamenti  rigidi (divieto di ingresso agli animali, orari restrittivi, separazione dei nuclei familiari, obbligo di uscita al mattino) che spingono molte persone a preferire la strada. In molti casi, secondo la Rivista di Storia dell’educazione, nei dormitori non c’è vita privata e sono collocati in zone periferiche e dismesse, difficilmente raggiungibili, dove mancano servizi essenziali, tanto da diventare una sorta di  ghetto ai margini della società.  

La realtà spesso non la si vuole vedere perché scomoda e poco “digeribile”, come quella degli invisibili che troviamo accampati nelle nostre città senza prospettive per il futuro. Probabilmente manca una rete di protezione sociale diurna e notturna attiva 365 giorni l'anno e la chiusura dei dormitori pubblici non fa altro che spostare il problema geograficamente, rendendo ancora più  invisibili le persone che vivono ai margini della società. 

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