Saldi estivi: italiani a caccia dello sconto o semplicemente sempre più poveri?

Pubblicato il 6 luglio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Dal 4 luglio milioni di italiani a caccia dello sconto. Ma siamo sicuri che sia ancora voglia di fare affari o dietro le file, le vetrine e i cartellini ribassati si nasconde un Paese che aspetta i saldi semplicemente perché non può più permettersi di comprare a prezzo pieno?

Sono iniziati il 4 luglio i saldi estivi e, come ogni anno, si parla di occasioni, sconti, affari e corsa agli acquisti. Le stime parlano di un giro d’affari di circa 3,2 miliardi di euro, oltre 16 milioni di famiglie coinvolte e una spesa media di circa 200 euro. Numeri importanti, numeri che fanno bene al commercio e che dimostrano quanto sia ancora forte l’interesse degli italiani per il periodo dei saldi.

Ma dietro questi numeri c’è una domanda che pochi sembrano avere il coraggio di fare: gli italiani aspettano i saldi perché amano risparmiare o perché, molto più semplicemente, non riescono più a comprare a prezzo pieno?

Perché la differenza è enorme. Un tempo il saldo rappresentava l’occasione per togliersi uno sfizio: un vestito in più, un paio di scarpe desiderate da tempo, qualcosa che durante l’anno si era deciso di rimandare. Oggi, per moltissime famiglie, aspettare gli sconti significa semplicemente cercare di acquistare ciò che il proprio stipendio non permette più di comprare normalmente.

Cosa racconta la corsa ai saldi

La corsa ai saldi non racconta soltanto la voglia di consumare, racconta anche la difficoltà economica di un Paese, racconta stipendi che spesso non riescono a tenere il passo con il costo della vita, racconta famiglie costrette a fare continuamente i conti con bollette, mutui, affitti, carburante, spesa alimentare e tasse.

Quando tutto aumenta, qualcosa inevitabilmente deve essere sacrificato e molto spesso riguarda proprio l’abbigliamento. Così si aspetta luglio, si aspetta gennaio e si aspetta che quel cartellino venga abbassato del 20, del 30 o del 50%.

Non necessariamente per comprare di più ma semplicemente per riuscire a comprare. Questa è una differenza che dovrebbe far riflettere molto più dei dati sul fatturato.

C’è poi l’altro grande problema: la concorrenza dell’ultra fast fashion e dei prodotti a bassissimo costo provenienti soprattutto dai mercati extraeuropei. Negli ultimi vent’anni la produzione mondiale della moda è aumentata enormemente, così come le vendite, mentre la durata media dell’utilizzo dei capi si è drasticamente ridotta. Si compra tanto, si paga poco, si usa pochissimo e si butta.

Un modello economicamente aggressivo e ambientalmente insostenibile, contro il quale il piccolo commerciante italiano ed europeo combatte una battaglia spesso impari. Da una parte chiediamo qualità, sostenibilità, rispetto delle regole, tutela dei lavoratori e dell’ambiente. Dall’altra permettiamo a enormi piattaforme internazionali di invadere il mercato con milioni di prodotti a prezzi con i quali un negozio tradizionale non potrà mai competere.

Chi paga il conto?

Lo paga il commerciante, costretto a comprimere sempre di più i propri margini. Lo paga il consumatore, convinto di risparmiare ma spesso trascinato verso un modello di consumo usa e getta. Lo paga l’ambiente. Alla fine, lo paga l’intera economia europea. Il nuovo dazio europeo sui piccoli pacchi provenienti dai Paesi extra UE rappresenta un primo tentativo di intervenire, ma la vera domanda è un’altra: può bastare qualche euro di dazio per riequilibrare un mercato globale nel quale le regole, i costi del lavoro, le tutele e gli obblighi fiscali sono profondamente diversi? Probabilmente no. Ma c’è una questione ancora più scomoda. Mentre discutiamo di fast fashion, concorrenza cinese, sostenibilità e regole europee, rischiamo di dimenticare il problema principale.

Gli italiani hanno sempre meno potere d’acquisto.

Inutile continuare a celebrare ogni aumento delle vendite come un segnale di benessere senza domandarsi come e perché quelle vendite avvengano. Se milioni di famiglie aspettano per mesi uno sconto per acquistare un paio di scarpe o un vestito, possiamo davvero parlare soltanto di successo commerciale o dovremmo cominciare a parlare di impoverimento? Perché un Paese non diventa più ricco quando i suoi cittadini comprano qualcosa al 50% di sconto. Diventa più ricco quando i suoi cittadini hanno stipendi sufficienti per poter scegliere liberamente quando comprare, cosa comprare e quanto spendere. Il vero problema dell’Italia non è quanto spenderanno gli italiani durante i saldi. Il vero problema è capire quanti italiani, senza quei saldi, avrebbero potuto permettersi di comprare le stesse cose. Forse è proprio questa la domanda che nessuno ha interesse a mettere in vetrina.

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