di Massimo Gervasi
Da giorni una domanda circola nei palazzi della politica, nelle piazze, nei cortei e soprattutto nel silenzio delle risposte ufficiali: le forze dell’ICE statunitense sono già operative in Italia?
Nessuno lo afferma con certezza, nessuno lo smentisce con chiarezza. Ed è proprio questo il problema. Perché quando si parla di Immigration and Customs Enforcement, non si parla di un corpo qualunque.
Negli Stati Uniti l’ICE è diventata negli anni il simbolo di una linea dura, spesso brutale, nei confronti dei cittadini e soprattutto dei migranti: arresti a freddo, irruzioni, fermi di minori, operazioni contestate da ONG, stampa internazionale e perfino da settori della magistratura americana.
Un modello che non appartiene alla cultura giuridica e democratica italiana. Eppure il dubbio esiste.
Si dice, e il Parlamento ne ha discusso, che personale statunitense di supporto alla sicurezza sia presente in Italia già da tempo. Non da ieri. Non solo in prospettiva dei grandi eventi. Già ora. A insaputa dell’opinione pubblica, dell’opposizione, forse perfino di parti della maggioranza. Ed è qui che la questione diventa politica, non ideologica.
Il sospetto si è rafforzato dopo alcuni episodi avvenuti durante manifestazioni pubbliche, in particolare a Torino.
Da un lato la narrazione dominante: poliziotti aggrediti, immagini ripetute all’infinito, solidarietà doverosa alle forze dell’ordine.
Dall’altro lato, molto meno raccontato, manifestanti fermati con violenza, manganellati, colpiti anche dopo l’arresto, testimonianze che circolano, video che emergono, ma che restano ai margini del racconto ufficiale.
Nessuno accusa le forze dell’ordine italiane, che in più occasioni hanno dimostrato professionalità, equilibrio e senso dello Stato.
Ma proprio per questo qualcosa non torna quando si iniziano a vedere metodi, dinamiche e approcci che sembrano estranei alla nostra tradizione operativa.
Ed è legittimo chiedersi: chi c’era davvero in piazza? Solo polizia italiana? O anche personale straniero in funzione di supporto, osservazione, coordinamento?
L'ICE alle Olimpiadi Milano-Cortina
Il tema esplode ancora di più guardando alle Olimpiadi Milano-Cortina. Qui il governo ha ammesso contatti e cooperazioni internazionali sul piano della sicurezza. Nulla di scandaloso, in teoria. Ma cooperazione non significa importazione di modelli. E soprattutto non significa operare senza trasparenza. Il punto non è dire che l’ICE “comanda” in Italia. Il punto è un altro, molto più serio: perché non viene chiarito fino in fondo chi fa cosa, dove e con quali poteri.
Perché quando circolano voci insistenti sulla presenza di agenti stranieri in contesti di ordine pubblico, il silenzio istituzionale non rassicura: alimenta sospetti.
C’è poi un altro aspetto che disturba: si difende, giustamente, l’onore delle nostre forze dell’ordine, ma si evita accuratamente di affrontare il tema delle violenze subite da parte dei manifestanti, come se chiedere chiarezza significasse automaticamente “stare contro la polizia”.
Non è così. Chiedere trasparenza significa difendere lo Stato di diritto, non indebolirlo.
Ad oggi, va detto con onestà: non esistono prove definitive che agenti ICE abbiano operato direttamente in manifestazioni italiane. Ma esistono troppe coincidenze, troppe ambiguità, troppe mezze frasi per liquidare tutto come “teoria complottista”.
Ed è qui che il governo dovrebbe fare l’unica cosa sensata: parlare chiaro. Dire se esiste una presenza stabile o temporanea di personale ICE o di strutture assimilabili.
Dire con quali compiti, sotto quale comando, con quali limiti.
Perché se c’è una cosa che l’Italia non può permettersi è importare metodi repressivi che non le appartengono, né sul piano giuridico né su quello culturale.
Finché questo chiarimento non arriverà, il dubbio resterà.
E un dubbio, quando riguarda libertà civili, ordine pubblico e sovranità democratica, non è mai un dettaglio.
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