di Massimo Gervasi
L’uscita del generale Roberto Vannacci dalla Lega non è solo una frattura interna a un partito, ma l’ennesimo caso che riaccende una ferita mai rimarginata della politica italiana: il tradimento del mandato elettorale.
Matteo Salvini non usa giri di parole e lo dice chiaramente: non è una delusione personale, ma una delusione verso quei cittadini che hanno votato Vannacci con il simbolo della Lega per portare avanti battaglie precise e riconoscibili.
Questa volta, però, la rottura ha un obiettivo preciso: la nascita di un nuovo soggetto politico autonomo, Futuro Nazionale, il partito con cui Vannacci punta a presentarsi alle prossime competizioni elettorali cercando di intercettare quella parte dell’elettorato di destra che non si riconosce più pienamente nei partiti tradizionali. Non il classico cambio di casacca, dunque, ma una vera operazione politica che apre una competizione diretta nello stesso spazio elettorale della Lega.
E qui arrivano i numeri che spiegano perché il caso è diventato immediatamente centrale nel dibattito politico: le prime rilevazioni attribuiscono alla nuova formazione un potenziale intorno al 4,2%, con altre stime che oscillano tra circa il 2% e il 4-4,5%, mentre alcune simulazioni più prudenti parlano di percentuali inferiori ma comunque significative per un partito appena nato. In un sistema politico sempre più frammentato, anche pochi punti percentuali possono cambiare gli equilibri di coalizione, soprattutto dentro il centrodestra.
Salvini, però, sposta il discorso su un piano più ampio e torna a mettere il dito nella piaga della Costituzione italiana, richiamando l’articolo 67 che consente ai parlamentari di cambiare gruppo senza vincolo di mandato. Una libertà pensata per garantire l’indipendenza dei rappresentanti, ma che negli anni è diventata il simbolo di trasformismi e passaggi di casacca che hanno contribuito ad alimentare la sfiducia degli elettori. Il leader leghista è netto: cambiare idea è legittimo, ma allora ci si dimette e ci si ripresenta agli elettori con un altro simbolo; tutto il resto rischia di svuotare il significato del voto.
Nel mezzo Salvini rivendica anche il lavoro politico della Lega sulla linea italiana rispetto alla guerra in Ucraina, sostenendo che la recente impostazione governativa abbia finalmente posto la difesa della popolazione civile come priorità rispetto alla sola logica dell’invio di armi, segno, secondo il ministro, di una battaglia politica portata avanti negli anni dal suo partito.
Resta l’amarezza umana, dice Salvini, di chi tende a fidarsi delle persone e a concedere la buona fede, ma resta soprattutto la consapevolezza che la politica concreta, infrastrutture, trasporti, sicurezza delle strade, non si ferma.
Tuttavia il caso Vannacci rimane un segnale politico forte: la nascita di Futuro Nazionale non è una semplice uscita individuale, è l’apertura di una nuova competizione dentro la destra italiana che oggi vale pochi punti percentuali ma che, domani, potrebbe incidere sugli equilibri di governo.
E soprattutto riporta al centro la domanda che la politica continua a evitare: se gli elettori votano un simbolo e pochi mesi dopo i loro rappresentanti sono altrove, la crisi della partecipazione nasce davvero dall’indifferenza dei cittadini o da un sistema che, troppo spesso, consente al voto di perdere valore strada facendo?
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