Slapstick: la nuova frontiera della politica

Pubblicato il 9 febbraio 2026 alle ore 07:01

di Giandomenico Torella

Un uomo cammina. Scivola su una buccia di banana. Cade. Risata. Non è una banalità ovvia. Dietro queste quattro azioni c’è tutto un mondo che vale la pena di raccontare. Partendo dalla fame. La fame dei teatranti, e via via dei guitti, dei commedianti, attraverso i clown che avevano un solo bisogno: se facevano ridere e in generale se suscitavano emozioni nel pubblico (pagante) mangiavano sennò era fame.

 

Non è una novità che chi deve suscitare emozioni deve solleticare la parte più istintuale dell’interlocutore, pubblico o elettori che siano. Cosa teneva inchiodati per una o due ore migliaia di persone a sentire un politico ruspante come un Umberto Bossi ai bei tempi? Uno studio approfondito di semeiotica del linguaggio? No, puro istinto. Eppure tutto il discorso era talmente infarcito di “noi” e “loro” e “allora noi” perché invece "loro" che, dopo due minuti, si poteva andare a mangiare la polenta allo stand apposito. E invece no.

In mezzo a questa ossessiva, ipnotica, sovrabbondante, urlata a squarciagola sequela di “noi” e di “loro” c’era grande strategia tesa a infilarci dentro parole chiave -queste sì politicamente significative- come “federalismo”,“ identità territoriale” , “rivoluzione", "duri e puri”. Il messaggio (più o meno condivisibile) non sarebbe passato se non avesse catturato prima la “pancia” della gente che aveva davanti e solo poi alle orecchie e ai cervelli. E non a caso alla pancia, all’intestino, quello che secerne la serotonina: l’ormone della felicità.

Il messaggio politico

L’esempio di Bossi è un esempio che si può applicare a qualunque capopopolo, allenatore, ministro di culto, coach motivazionale o pubblicitario. Se viene detto "perché io valgo” tutti lo associano a una marca di cosmetici che, dal 1971, usa sempre lo stesso claim (messaggio, affermazione) perché è efficace e identitario. Stesso si può dire di “dove c’è Barilla c’è casa” (1985) o “just do it” (dal 1988).

Insomma il prodotto si vende anche per lo slogan, se questo è buono e attuale, anche dopo tanto tempo sia arrivato al grande pubblico.

Questo è il motivo per cui “Roma ladrona”, Bossi e il resto della Lega Nord non lo usa più, nonostante abbia contribuito a fare di quel movimento (di pance) un partito che funzionava benissimo: sono cambiate le pance.

Torniamo alla banana e all’omino che cade. Non bisogna per forza aver letto “Il riso. Saggio sul significato del comico” di Henry Bergson per capire l’uso della comicità nella comunicazione, tantomeno essere esperti di Teoria dei Sistemi Rappresentazionali - ovvero la PNL, programmazione neurolinguistica - per essere dei comunicatori efficaci.

L’immagine del sé, la maschera, caratterizzano e identificano l’attore e ne identificano l’aspettativa della comunicazione. Chi non ha pensato che quando Berlusconi ammiccava sornione stava per raccontare una barzelletta? Altrettanto si aspettava una sagace citazione o un aforismo da Andreotti al cambio di tono della voce, da nasale, monotona e priva di accenti a nasale e vivace, con inflessioni romanesche.

Come cambia la comunicazione politica nel XXI secolo

Tutto questo valeva sino agli anni 2000, vale tutt’ora ma con una variante. L’involuzione -o evoluzione dipende come la si consideri- della capacità critica agli stimoli percettivi ha incontrato un escamotage alla dolente fatica di dover pensare: la prevalenza della percezione visiva a scapito di quella auditiva o cinestetica.

In pratica apprendiamo quello che vediamo. Pensiamo quello che ci viene fatto vedere. Esistiamo attraverso la vista e attraverso quel solo canale, se bombardato a dovere, precludendo gli altri, formiamo il pensiero.

Banale ma reale se non ci sono figure un libro non lo pendiamo neppure in mano, per male che vada almeno la copertina deve essere favolosa e di impatto. Un enorme film muto al quale assistiamo beati reggendo in mano, comodamente, il device che, bontà sua, ci elargisce anche di un sonoro, magari non congruo, ma sincronizzato.

Finché si tratta di vendere saponette, pentole o cibo per cani va tutto bene. Ma cosa succede se si tratta di promuovere (promuoversi) come soggetto politico e/o amministrare la cosa pubblica?

Identificazione visiva dei politici

Ci vuole di più. Ci vuole una identificazione visiva forte. Più forte della maschera che si usava nel teatro greco, più forte del costume della commedia dell’arte. Questa cosa, oggi c’è e si chiama meme. Dal 1976 quando partendo da tutt’altro approccio un tale Richard Dawkins indicava come meme (dal greco “mimēma” (μίμημα), che significa “cosa imitata” o “imitazione”) un’unità di trasmissione culturale -come una canzone, una moda o un’idea- che si diffonde in maniera simile a come i geni trasmettono caratteristiche biologiche. Un ricondizionamento genetico virale, come una malattia,  veicolato dai mass media. E da allora l’accaparrarsi il meme più idoneo o efficace è diventato un lavoro serio, strategico sia per le aziende sia per i governi .

Manuale di creazione del meme

  • Il nome: accrescitivi, vezzeggiativi e diminutivi creano simpatia (empatia) e questa abbassa le difese critiche e sono la base. Per chi può permetterselo, male che vada, si prende la funzione e si lavora su quello: "sindaco/sindacone".
  • Il fisico: grasso è simpatico e inoffensivo (salvo poi scoprire che circa 500 persone all’anno muoiono per attacchi da ippopotamo, che sono animali molto aggressivi). Grasso è lento e allora si lavora sul grande e grosso ma atletico, sarà inizialmente una dissonanza cognitiva (un ossimoro, uno dei tanti) ma con pazienza e costanza passa pure questa.
  • Esasperazione degli opposti: sono opzioni positive perché consentono identificazione con l’uno o l’altro decontestualizzando l’effetto delle loro azioni. Esempi come l’alto e il basso (Franco e Ciccio), il saccente e l’ignorante (Troisi e Benigni), il grasso e il magro (Stanlio e Ollio) hanno fatto la loro fortuna su questo contrasto paradossale. Serve un partner ma quello si trova.
  • Noi e invece loro: locuzione che crea polarizzazione, dosando attentamente tempi, tempestività e non badando molto al “politically correct” con qualche discorso ecumenico su argomenti sicuri e di bassa divisibilità (sono perfetti sia il bullismo, la parità di genere, la difesa delle forze armate come anche i retaggi storici, il cibo e l’atteggiamento positivo sulla vita), del sano populismo (onnipresente nel kit base di ogni oratore che si rispetti).

Il meme è pronto: costruito il personaggio e stabilito il meme c’è solo da applicarlo con coerenza e sostanza, difenderne il copyright e attenersi alla parte senza mai deviare, anzi creando una tale identificazione che, alla fine si perda il confine tra persona e personaggio. Sempre ipotizzando che si stiano vendendo saponette va tutto bene.

Cosa succede se il meme è quello di un politico?

In un contesto mediatico in cui l’immagine e la velocità di diffusione contano più dell’analisi approfondita, l’uso del meme passa dal piano strategico al piano tattico. No, non è un errore, sono termini militari: è guerra.

La guer­ra memetica diventa il nuovo linguaggio del potere, sfrutta fenomeni come shitstorming, l’uso strumentale  della violenza, dell’insicurezza percepita, persino la cronaca nera è un valido aiuto  per  alimentare un  sovraccarico informativo e ridefinire la percezione del mondo. Questa iper-esposizione crea vulnerabilità cognitive, trasformando i meme da semplici strumenti online in leve di manipolazione psicologica e sociale, capaci di mobilitare movimenti, radicalizzare gruppi e alterare la realtà.

Ma c’è un ma:  "facts are stubborn things" (i fatti sono testardi). Questa celebre frase, attribuita a John Adams vuole dire che i fatti rimangono tali e non si piegano alle interpretazioni , non si può mai prescindere dai fatti .

Lo slapstick dei politici

Il termine deriva dall'inglese slap (schiaffo/colpo) e stick (bastone), riferendosi al "batacchio" usato dai clown e nella commedia dell'arte: lo slapstick è l'arte di far ridere attraverso l'umorismo fisico e chiassoso. Capitomboli, movimenti esagerati e lavoro corporeo creano una risata immediata che non necessita di parole.

Non basta: una buona dose di ironia e autoironia e descrivere la realtà in modo contrario, anche paradossalmente, interpretare il ruolo di panettiere, cuoco, ruspista o qualsivoglia attività nel contesto dove si svolge davvero o prendersi gioco dei propri difetti rende la situazione leggera e comica, crea identificazione, crea consenso immediato. Serve comunque una claque entusiasta e la capacità di interpretare il ritmo del pubblico, un meccanismo antico per indurre la risata collettiva: se ridono loro, rido anch’io.

Va bene al circo, in teatro, a una festa paesana, persino ad un banchetto di nozze (sposa permettendo) ma che succede se al personaggio politico identificabile, dopo essersi trasformato in meme, con addosso i simboli della Repubblica, piazza una slapstick durante una cerimonia? Che succede se nel meme si è ficcato dentro un bel paradosso di Curry?

Quali sono i limiti per un rappresentante delle istituzioni? 

I meme non sono sindacabili, sono espressioni artistiche, sono espressione della libertà di pensiero e di espressione. I politici sì. Ma se l’immagine stessa è data insindacabile rispetto alla funzione che il soggetto deve rappresentare conta il meme o la funzione a cui il meme dà supporto, legittimazione, consenso, in pratica potere?

Finché siamo in Italia, con questa Costituzione e Repubblica, i meme sono carini, i personaggi sono simpatici ma deve esserci un limite alla loro identificazione con le funzioni pubbliche che eventualmente svolgono. Deve esserci anche un limite alla sovrapposizione tra persona/ personaggio/ rappresentante pubblico/ esponente politico in carriera/ imprenditore.

E' necessario capire dove finisce ciascuno di questi aspetti (legittimi singolarmente) in modo da non confonderli, perché non devono essere confusi.

I canali di comunicazione istituzionali non devono essere indistinguibili da quelli personali, imprenditoriali o prettamente politici  Sono tre cose diverse. E tali devono restare.

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