Pontida, Orvieto, Roma: il centrodestra e la fabbrica del consenso emotivo

Pubblicato il 21 settembre 2026 alle ore 07:00

di Davide Belcuore

Tre piazze, un copione. Dai raduni di Pontida, Orvieto e Roma emerge un linguaggio comune: frasi brevi, emozioni forti, nemici chiari. Un linguaggio progettato per emozionare che svuota il dibattito politico.

Il 20 settembre 2026, Matteo Salvini, Roberto Vannacci, Giorgia Meloni e Gianni Alemanno si sono divisi tra Pontida, Orvieto e Roma. Tre raduni per rivendicare disciplina interna, linee non negoziabili e consenso. Ma il vero filo conduttore non è politico: è linguistico. La fabbrica del consenso emotivo. Il centrodestra si è ritrovato diviso in tre piazze, ma con lo stesso copione. Mentre i leader si accusano di tradimento, il linguaggio usato rivela una convergenza più profonda. Una convergenza dettata dalla ricerca ossessiva dell'attenzione. Ogni leader parla allo stesso modo: frasi brevi, emozioni forti, un nemico chiaro. Un linguaggio con un progettista comune. Il cui obiettivo è suscitare emozioni forti. Il cui effetto collaterale è un ambiente politico refrattario al compromesso.

Pontida: il "taglio" di Salvini

A Pontida, Salvini ha annunciato una decisione inattesa: convocare il consiglio federale, proporre un congresso straordinario a ottobre e chiedere la fiducia interna con voto per alzata di mano.

"Torno al congresso per chiedere se ho la fiducia della mia famiglia e lo chiederò per alzata di mano", ha detto tra gli applausi.

È stata una risposta alle voci critiche interne. Salvini ha avvertito i dissidenti: " La prima voce fuori posto, non farà un torto a me ma danneggia la voce dei militanti in tutta Italia e poi dovrà spiegare non a me ma a voi perché continua a fare regali alla sinistra...” Ha poi sottolineato che i panni sporchi si lavano in sezione, non sui giornali o in televisione.

In superficie è una rivendicazione di disciplina. Ma la struttura comunicativa del discorso comprime critici, media e sinistra in un'unica figura, quella di chi "fa regali alla sinistra". Questa semplificazione amico-nemico è la forma linguistica che ottiene la massima efficienza sui social. Ogni frase breve è progettata per un pubblico più ampio del prato di Pontida.

Orvieto: le "linee rosse" di Vannacci

Lo stesso giorno, a Orvieto, si svolgeva il forum di Futuro Nazionale, organizzato da Gianni Alemanno con l'eurodeputato AfD Marc Jongen. Temi simbolici: remigrazione, ideologia di genere, cultura woke e transumanesimo.

Vannacci ha tracciato le sue "linee rosse non negoziabili". Rispondendo a La Russa, che aveva detto "mai alleanze con Vannacci", il generale ha replicato: "Se La Russa osservasse le cose da un'altra prospettiva si accorgerebbe che Vannacci non ha tradito i principi, i valori e gli ideali ai quali faceva riferimento e non ha tradito il proprio elettorato".

Alemanno ha espresso una previsione chiara: "Alle prossime politiche oltre il 10 per cento, in quelle dopo il Generale farà il premier". Ma ha avvertito: "Non possiamo contribuire all'esplosione di un conflitto nucleare per la Crimea e il Donbass".

Ogni tema del forum è un punto di innesco per l'emozione. La "remigrazione" non è una proposta realizzabile, ma un simbolo capace di generare reazioni forti sui social. Le "linee rosse" di Vannacci creano un confine identitario che fa sentire i sostenitori parte di una minoranza assediata ma determinata.

Roma: Meloni e la politica come spettacolo

Meloni ha chiuso il festival "Fenix" di Gioventù Nazionale all'EUR annunciando un decreto: tetto agli studenti stranieri per classe, divieto del velo islamico a scuola e obbligo per i genitori stranieri di imparare l'italiano. "A scuola si va a viso scoperto", ha detto.

Ma è sugli avversari che cambia registro. Prende in giro Elly Schlein. Ironizza sul bollo auto. Sarcasmo e imitazione non sono un tratto caratteriale, ma un registro affinato nel tempo. In Parlamento si manifesta in versi, faccette e sbuffi. Una strategia che, secondo i critici, accende gli animi e esaspera gli avversari.

La politica che urla e i problemi che restano

Queste tre manifestazioni rivelano un punto comune: il modo in cui si parla. Un linguaggio costruito per colpire, essere ripetuto, non essere dimenticato. Un linguaggio che non chiede di essere capito, ma condiviso.

Oggi la politica ha smarrito l'ordine tra due cose. La comunicazione accende subito gli animi. I risultati, invece, arrivano piano, in silenzio, quasi sempre senza che nessuno li veda. Quale delle due conviene inseguire? La prima, ovviamente. Non si cerca consenso informato, ma adesione emotiva. L'adesione emotiva non richiede verifica, richiede fede.

Fare il tifo per il proprio leader è piacevole. Ma poi il convegno finisce. I problemi restano, anzi aumentano. Perché l'attenzione collettiva è stata consumata dallo spettacolo.

Questa non è una colpa dei politici: è un effetto sistemico. Ma l'elettorato non è passivo. Può chiedere qualcosa di diverso.

Il tifo politico non è partecipazione democratica. È una forma di consumo. Produce soddisfazione temporanea senza cambiare le condizioni materiali della vita.

Allora chi paga il prezzo di questa efficienza comunicativa? Chi ha bisogno di scuole che funzionino, di ospedali che curino, di stipendi che bastino. Cioè, tutti.

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