di Massimo Gervasi
Torino, Bologna, studenti feriti, accuse di terrorismo cadute davanti a un giudice e il disagio degli stessi poliziotti. Il diritto di manifestare, l'uso della forza e le risposte che lo Stato deve ancora dare.
C'è qualcosa che sta accadendo nelle piazze italiane e che merita una riflessione profonda. Non soltanto per le manifestazioni contro il caro vita, i salari insufficienti, l'aumento dei carburanti e le spese militari, ma soprattutto per il modo in cui, in alcuni episodi, lo Stato ha risposto a chi esercitava il proprio diritto di protestare.
Il 24 ottobre Torino e Bologna sono diventate teatro di cariche, manganelli, lacrimogeni, idranti e feriti. Le cronache documentano anche violenze compiute da gruppi di manifestanti (prevalentemente infiltrati), lanci di oggetti, barricate e danneggiamenti. Condotte che devono essere condannate senza esitazioni ma che richiedono anche delle risposte: chi sono i protagonisti di questi disagi? Molti video pubblicati da vari manifestanti mostrano chiaramente l'inserimento di infiltrati tra le file dei manifestanti pacifici; in altri casi , poco prima, erano in compagnia delle forze dell'ordine. Ma di fatto la violenza di alcuni non può giustificare un uso indiscriminato della forza contro tutti.
A Bologna, Diego Sanna, 22 anni, cameriere, racconta di essere stato colpito alla testa da un agente mentre si trovava con le mani alzate, senza opporre resistenza; alcuni video confermano la sua versione. È finito al Pronto soccorso con un trauma cranico. Una testimonianza che impone accertamenti: se un cittadino inerme viene manganellato, non siamo più davanti a una semplice operazione di contenimento.
Altre testimonianze denunciano giovani, anche minorenni, isolati durante le cariche, trascinati e colpiti mentre non erano più in grado di difendersi. Accuse gravissime, verificare attraverso filmati, referti e testimonianze. Ma che non possono essere archiviate con la generica espressione scontri di piazza.
Una medica presente al corteo bolognese ha denunciato difficoltà nell'accesso dei soccorsi, persone schiacciate sotto i portici e ragazzi feriti. Anche questo richiede risposte: la sicurezza pubblica comprende il dovere di garantire assistenza sanitaria a chiunque ne abbia bisogno.
A Torino, l'ANPI Nizza Lingotto ha chiesto chiarimenti sulle modalità di contenimento dei manifestanti, sulle cariche e su un'automobile condotta, secondo la denuncia, da un agente in borghese attraverso una piazza affollata. Sono fatti che necessitano di verifiche chiare non di giustificazioni che non portano a nulla.
La vicenda più delicata riguarda anche la libertà personale
Youssef Siher, ricercatore trentenne legato al Movimento 17 ottobre, è stato fermato con contestazioni gravissime, compresa l'istigazione a delinquere aggravata dalla finalità terroristica. La gip Tiziana Landoni non ha convalidato il fermo e ha disposto la scarcerazione, rilevando l'assenza dei gravi indizi necessari e distinguendo le espressioni di dissenso e disobbedienza civile dall'istigazione alla violenza.
Non è un'assoluzione definitiva, ma è un provvedimento che pone una questione enorme: quanto può diventare sottile il confine tra il contrasto ai reati e la criminalizzazione della protesta?
E mentre si discute delle piazze, emerge anche il disagio di una parte degli stessi poliziotti, che attraverso dichiarazioni attribuite a rappresentanti sindacali chiedono alla politica di abbassare i toni e di non trasformare gli agenti in nemici dei ragazzi.
È un richiamo importante. Perché la Polizia non è un corpo indistinto, così come non lo sono i manifestanti. Esistono professionisti che svolgono correttamente il proprio servizio e comportamenti individuali che, quando illegittimi, devono essere accertati e sanzionati.
Il 30 ottobre Bologna ha mostrato anche un altro volto della mobilitazione. Migliaia di studenti e lavoratori sono tornati in piazza. Il corteo ha raggiunto e bloccato per ore tangenziale e autostrada, provocando forti disagi, ma si è concluso senza gli scontri generalizzati della settimana precedente. Sono stati documentati momenti di tensione, ma anche agenti che abbassavano gli scudi e manifestanti che rivolgevano loro parole di saluto.
Un contrasto che solleva una domanda: quanto incidono le scelte operative sulla possibilità di evitare l'escalation?
Le piazze chiedono salari dignitosi, maggiore attenzione al costo della vita, investimenti nei servizi pubblici e una diversa destinazione delle risorse oggi impiegate nel riarmo. Sono rivendicazioni politiche e sociali alle quali le istituzioni devono rispondere sul piano democratico.
L'articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi. L'ordine pubblico deve essere garantito, ma attraverso interventi necessari, legittimi e proporzionati.
Non basta sapere chi ha impugnato un manganello. Bisogna conoscere le disposizioni impartite, le ragioni delle cariche, le modalità di intervento e le eventuali responsabilità lungo la catena di comando.
La tutela dei cittadini e quella degli agenti non sono obiettivi incompatibili. Una democrazia si misura anche dalla capacità di proteggere chi contesta il potere, non soltanto chi lo sostiene. La domanda finale è inevitabile: lo Stato vuole ascoltare le ragioni di chi protesta o considera sempre più spesso il dissenso un problema da contenere?
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