di Tania Amarugi
Cento udienze, sessantamila pagine di intercettazioni e una camera di consiglio blindata durata quattro giorni dentro l'aula 114 del Tribunale di Napoli.
Il maxiprocesso di primo grado contro il clan Moccia si è chiuso con un verdetto pesantissimo: oltre due secoli e mezzo di carcere complessivi per i vertici di una delle consorterie criminali più potenti e indecifrabili d'Italia. Riconosciuta l'associazione di stampo mafioso. La DDA ha descritto il clan non come una semplice batteria criminale, ma come una vera e propria holding del crimine con forti ramificazioni imprenditoriali tra Afragola e Roma. Il dibattimento è durato oltre quattro anni e mezzo, con circa cento udienze e più di quaranta imputati.
La lettura del verdetto è avvenuta in un clima di forte tensione: le condanne inflitte ai fratelli Antonio (30 anni), Angelo (24 anni) e Luigi Moccia (21 anni) non rappresentano solo un successo della Direzione Distrettuale Antimafia ma smontano definitivamente un paravento sociologico e giuridico durato trent'anni.
A differenza dei collaboratori di giustizia, i membri del clan ammettevano i propri errori passati dichiarando pubblicamente conclusa la propria esperienza nella camorra ma senza fare i nomi dei complici e senza svelare i segreti della cassaforte di famiglia.
L'inchiesta della DDA guidata dalle magistrate Ivana Fulco e Ida Teresi ha dimostrato in aula che quella della dissociazione era, nei fatti, una favola. Sotto lo schermo delle attività legali batteva ancora il cuore di una holding mafiosa.
Il percorso per arrivare alla sentenza, iniziato nel 2022, è stato però tutt'altro che lineare, rischiando di trasformarsi in un clamoroso autogol per lo Stato. Nell'agosto del 2025, la complessità del dibattimento e i tempi dilatati della giustizia avevano portato alla scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare di ben quindici imputati eccellenti. I boss avevano così assistito alle ultime battute del processo e alla requisitoria dei pubblici ministeri da uomini liberi, scatenando aspre polemiche politiche sulla lentezza dei processi antimafia.
Il 23 ottobre 2026, la lettura del dispositivo da parte del presidente del collegio giudicante Donnarumma ha ristabilito l'ordine giudiziario. Una sentenza durissima che ha disposto anche la confisca di decine di società e beni immobili. Il vero colpo di scena è arrivato pochi giorni dopo: la Procura, temendo il pericolo di fuga dopo la mazzata della condanna e documentando nuovi incontri sospetti dei boss con la criminalità organizzata durante i mesi di libertà, ha ottenuto il ripristino immediato della custodia cautelare. I fratelli Moccia sono così tornati dietro le sbarre.
La difesa ha già annunciato il ricorso in Appello, promettendo una battaglia accanita sul fronte delle procedure civili e penali. In ogni modo, il primo, storico punto fermo contro la camorra imprenditoriale è stato scritto.
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