Netanyahu, Teheran e la fase cruciale del conflitto tra Iran e Israele

Pubblicato il 21 settembre 2026 alle ore 07:00

di Davide Belcuore

"Siamo molto vicini a rovesciare il regime terroristico iraniano." L'annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu arriva a poche settimane dalle elezioni parlamentari del 27 ottobre.

Non è un caso: la vittoria contro Teheran è diventata un argomento elettorale. Netanyahu ha pronunciato quelle parole durante un sopralluogo sul Monte Hermon, il punto strategico che domina Siria, Libano e Israele settentrionale. Ha parlato di "controllo assoluto" della zona, definendolo uno dei maggiori risultati della guerra della rinascita. Il tempismo non è casuale, dato che i sondaggi non lo favoriscono. Secondo le ultime rilevazioni, il Likud potrebbe scendere a 21 seggi, contro i 32 attuali. Il principale sfidante, l'ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot con il suo partito Yashar, potrebbe diventare la prima forza con 25 seggi. In questo scenario, "rovesciare il regime iraniano" non è solo una strategia militare ma un argomento da campagna elettorale.

Teheran risponde con la "dottrina asimmetrica"

La replica iraniana è arrivata rapida e concreta. Il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref ha annunciato sui social un cambio radicale nella dottrina difensiva: le future risposte saranno asimmetriche, multilivello e toglieranno sicurezza agli aggressori. Poi l'avvertimento diretto agli Stati Uniti: "Gli americani dovrebbero iniziare a pensare di fare scorte di benzina, mesi bui attendono l'economia americana."

Non sono solo parole. Nello Stretto di Hormuz la situazione è precipitata in una fase di escalation allarmante. Secondo l'agenzia di Stato iraniana Pars Today, una superpetroliera diretta verso un corridoio vietato è esplosa dopo aver urtato una mina, e lo Stretto resta sotto il controllo della Marina dei Guardiani della Rivoluzione, che ne mantiene la chiusura. Da qui passa circa un quinto del petrolio mondiale via mare. La logica è chiara: se non può competere militarmente con Usa e Israele, Teheran punta a strangolare l'economia globale attraverso la via energetica.

L'Italia paga già il conto

La guerra ha già presentato il conto alle imprese italiane. Secondo l'analisi di Confartigianato su dati Istat, nei primi quattro mesi di conflitto l'export italiano verso il Medio Oriente è diminuito di 2,16 miliardi di euro (-22,7%). Un dato che pesa ancora di più se rapportato al resto d'Europa: l'Italia da sola assorbe il 46,1% del calo totale dell'export europeo verso la regione, pari a 4,69 miliardi di euro. La Spagna perde 802 milioni, la Germania 640 milioni, mentre la Francia registra addirittura una lieve crescita.

Le perdite si concentrano nei settori a più alta intensità di piccole e medie imprese. La moda cede il 33,7%, con la pelletteria che crolla del 44,1%. A marzo, le esportazioni verso il Kuwait sono diminuite dell'89,6%, verso il Qatar del 66,1%, verso gli Emirati Arabi Uniti del 65,9%. Il Veneto è la regione più colpita (-26,3%), seguito da Emilia-Romagna (-12,9%) e Lombardia (-9,1%). Dietro questi numeri ci sono aziende familiari che vedono sgretolarsi rapporti commerciali costruiti in decenni di lavoro.

Una vittoria rapida? No, sarà logoramento

Non serve essere esperti di politica internazionale per capire cosa sta succedendo. Israele andrà al voto il 27 ottobre, e Netanyahu ha bisogno di convincere gli elettori che solo lui può vincere contro l'Iran. Quando la guerra diventa un argomento da campagna elettorale, però, la domanda non è più chi vincerà ma chi pagherà. E non è una domanda astratta, è l'unica che conti davvero. Tuttavia, ai vertici politici, nessuno sembra voler fornire delle risposte. 

Sul piano militare, Teheran non ha una forza aerea in grado di competere con Israele e gli Stati Uniti. I suoi caccia più moderni risalgono agli anni '70 e '80, e contro gli F-35 israeliani non hanno alcuna possibilità. Ma Teheran ha in mano l'interruttore dello Stretto di Hormuz. Una chiusura definitiva potrebbe mutare in un allargamento del conflitto e costringere la Quinta Flotta americana a intervenire, i paesi del Golfo a scegliere da che parte stare e il mondo intero a trattenere il respiro. È l'arma finale di Teheran, quella che tiene in riserva per il giorno in cui non avrà più nulla da perdere.

E mentre i leader parlano di "vittoria vicina" con toni da comizio, il conto arriva puntuale, silenzioso, devastante. A pagarlo sono sempre gli stessi, quelli che non hanno mai avuto voce in capitolo. Che non hanno mai chiesto di morire per uno slogan.

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