di Massimo Gervasi
PIN lancia l’allarme sui questionari dell’Agenzia delle Entrate relativi anche agli anni 2021 e 2022. Sorrento: «Molte anomalie possono essere facilmente giustificate». Ma intanto imprese e professionisti devono tornare indietro di anni, cercare documenti e spiegare al Fisco persino i propri giroconti.
Controllare è legittimo, combattere l’evasione è doveroso. Ma c’è una domanda che prima o poi qualcuno dovrà avere il coraggio di porre: quanto lavoro può scaricare lo Stato sul contribuente per verificare anomalie generate dalle proprie elaborazioni informatiche?
È questo il punto sollevato da Partite Iva Nazionali (PIN) dopo l’arrivo a piccoli imprenditori e professionisti di questionari dell’Agenzia delle Entrate relativi a presunte anomalie fiscali, anche per gli anni d’imposta 2021 e 2022.
E qui comincia uno dei piccoli capolavori della burocrazia italiana.
Siamo nel 2026 e un imprenditore può essere chiamato a ricostruire movimenti bancari effettuati quattro o cinque anni prima, cercare estratti conto, verificare bonifici, causali, trasferimenti tra conti, fatture e documentazione contabile. Tutto perché un algoritmo, un incrocio di banche dati o una prima elaborazione dell'Amministrazione finanziaria ha individuato qualcosa che potrebbe non tornare. Potrebbe.
Perché, come sottolinea il presidente di Partite Iva Nazionali, Cav. Antonio Sorrento, molte di queste anomalie possono essere perfettamente giustificate.
La presunzione fiscale
Il meccanismo segnalato da PIN è relativamente semplice: l'Amministrazione confronta i ricavi dichiarati con le movimentazioni finanziarie e, quando individua determinate differenze, può approfondire la posizione del contribuente. Il problema nasce quando il dato grezzo viene letto senza conoscere la storia che c'è dietro quel movimento.
Ed è qui che la presunzione fiscale incontra la vita reale.
L'Avv. Matteo Sances, intervenuto sul tema per PIN, porta un esempio chiarissimo. Un imprenditore riceve 1.000 euro sul proprio conto per il pagamento di una fattura. Successivamente trasferisce 500 euro su un secondo conto a lui intestato. L'operazione economica reale rimane di 1.000 euro, ma dalla semplice lettura dei flussi possono emergere entrate complessive per 1.500 euro che richiedono una spiegazione.
Non sono 500 euro di ricavi nascosti. Sono gli stessi soldi spostati da una tasca all'altra.
Eppure tocca al contribuente dimostrarlo. È proprio qui che il sistema mostra il suo lato più discutibile. Lo Stato dispone dell'Anagrafe tributaria, dell'Archivio dei rapporti finanziari e di una quantità di informazioni che può incrociare attraverso strumenti tecnologici sempre più sofisticati. La legge 160/2019 consente espressamente all'Agenzia delle Entrate di utilizzare elaborazioni e interconnessioni tra banche dati per individuare criteri di rischio e posizioni da sottoporre a controllo.
Ma se tutta questa tecnologia non riesce, almeno in una prima elaborazione, a distinguere con sufficiente precisione un possibile ricavo da un trasferimento di denaro tra due conti dello stesso contribuente, perché il costo dell'inefficienza deve ricadere interamente su chi lavora?
Perché a perdere ore deve essere l'imprenditore? Perché deve pagare il commercialista per ricostruire operazioni vecchie di anni?
Perché deve cercare documenti del 2021 nel 2026 per dimostrare qualcosa che, magari, non ha mai avuto alcuna rilevanza fiscale? E soprattutto: quanto vale il tempo sottratto all'impresa?
Pressione fiscale
Questo è un costo che nei bilanci dello Stato non compare mai.
Quando si parla di pressione fiscale si pensa sempre alle aliquote, alle imposte e ai contributi. Esiste invece anche una pressione burocratica, molto più difficile da quantificare: ore trascorse davanti a documenti, telefonate al commercialista, accessi agli archivi bancari, parcelle professionali, preoccupazioni e giornate sottratte al proprio lavoro.
Il questionario dell'Agenzia delle Entrate, inoltre, non è una letterina alla quale rispondere quando si ha tempo. La normativa prevede che il termine assegnato dall'ufficio non possa essere inferiore a quindici giorni e ignorare le richieste del Fisco può produrre conseguenze rilevanti. Proprio per questo PIN invita i contribuenti a non sottovalutare queste comunicazioni e a verificare attentamente ogni singolo movimento contestato.
Ed è giusto farlo. Ma proprio perché il contribuente ha degli obblighi, sarebbe legittimo pretendere altrettanta precisione dall'Amministrazione.
Non può esistere un Fisco nel quale la macchina presume e l'essere umano deve correre a dimostrare che la macchina ha interpretato male.
La lotta all'evasione è sacrosanta quando cerca il denaro realmente sottratto al Fisco. Diventa molto meno convincente quando produce montagne di richieste documentali per movimenti perfettamente leciti e spiegabili.
Nessuno chiede di abolire i controlli. Al contrario, controlli più intelligenti permetterebbero probabilmente di concentrare uomini, risorse e tecnologia proprio sull'evasione vera, anziché impegnare uffici e contribuenti nella spiegazione di un bonifico passato da un conto all'altro.
Il principio dovrebbe essere semplicissimo: prima di chiedere a un cittadino di ricostruire la propria vita finanziaria di cinque anni prima, lo Stato dovrebbe utilizzare fino in fondo i dati che già possiede.
E soltanto dopo, quando permane un'anomalia concreta e realmente significativa, chiedere spiegazioni. Perché esiste anche una questione di equilibrio tra controllore e controllato.
Lo Stato può conservare, elaborare e incrociare una quantità enorme di informazioni finanziarie. Il piccolo imprenditore, invece, deve lavorare, fatturare, pagare stipendi, fornitori, tasse e contributi. E magari, nel mezzo di tutto questo, trovare anche il tempo per ricordare perché il 17 novembre 2021 trasferì 700 euro da un conto corrente all'altro.
La tecnologia avrebbe dovuto semplificare il rapporto tra Fisco e contribuente.
Non trasformare il contribuente nel correttore di bozze degli algoritmi dello Stato.
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