Fisco, non tutto è dovuto: cancellati 10mila euro di interessi

Pubblicato il 28 settembre 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Per anni abbiamo abituato cittadini, famiglie e piccoli imprenditori a una regola non scritta quanto devastante: arriva una cartella, c’è una cifra da pagare e quella cifra diventa quasi una sentenza. Si paga, si rateizza, ci si indebita oppure si comincia a vivere con la paura di un fermo, di un’ipoteca, di un pignoramento.

Una recente decisione della giustizia tributaria ci ricorda una cosa fondamentale: anche il Fisco può sbagliare e una richiesta di pagamento non diventa giusta soltanto perché arriva dallo Stato. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Puglia, con la sentenza n. 2702 del 17 settembre 2026, ha annullato quasi 10.000 euro di interessi applicati nei confronti di un imprenditore leccese, assistito dall’avvocato Matteo Sances.
Il punto della vicenda è tutt’altro che secondario. La normativa stabilisce dei limiti precisi al calcolo degli interessi di mora: l’articolo 30 del DPR 602/1973 esclude dal loro calcolo le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, mentre l’articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 472/1997 stabilisce che la somma irrogata a titolo di sanzione non produce interessi.
E allora la domanda è inevitabile: quanti contribuenti hanno pagato senza controllare? Quanti stanno pagando ancora oggi somme che meriterebbero almeno di essere verificate?
Qui sta il vero problema. Non tutti hanno un avvocato accanto, non tutti conoscono la normativa tributaria e soprattutto non tutti, quando ricevono una cartella da migliaia o decine di migliaia di euro, hanno la lucidità e le risorse economiche per iniziare una battaglia. Molti fanno quello che farebbe qualunque persona spaventata: cercano una rateizzazione e provano a sopravvivere.
Ma questa sentenza manda un messaggio importante proprio a chi oggi vive con quel peso sulla testa: non arrendetevi davanti a un numero stampato su un foglio. Controllate. Fate controllare. Chiedete spiegazioni.
Questo non significa sostenere che le tasse non debbano essere pagate o che ogni cartella sia sbagliata. Significa qualcosa di molto più semplice e civile: il cittadino deve pagare ciò che è dovuto, non un euro di più. E lo Stato che pretende puntualità, correttezza e rispetto delle regole dal contribuente deve essere il primo a rispettarle.
C’è anche un altro elemento che dovrebbe far riflettere. Il presidente della Camera Civile Salentina, Salvatore Donadei, ha ricordato che richieste di questo genere continuano a essere segnalate e che una questione analoga era stata affrontata già nel 2019.
Ed è proprio qui che la vicenda smette di riguardare soltanto un imprenditore di Lecce.
Perché quando una persona combatte e ottiene l’annullamento di una somma non dovuta, quella battaglia diventa un precedente da conoscere e soprattutto una speranza per migliaia di persone che davanti al Fisco si sentono piccole, sole e senza possibilità di difendersi.

La legge deve valere in entrambe le direzioni.

Se il cittadino sbaglia, paga. Se sbaglia la riscossione, deve essere possibile contestare e correggere l’errore.
Per questo la sentenza pugliese vale molto più dei quasi 10.000 euro cancellati. Ricorda a tutti noi che una cartella non è Vangelo e che conoscere i propri diritti può fare la differenza tra subire in silenzio e riuscire finalmente a difendersi.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalla consapevolezza che contro un sistema enorme il singolo può sentirsi impotente, ma davanti alla legge non dovrebbe mai esserlo.

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