di Massimo Gervasi
Pompe di benzina bloccate e sacchi di letame scaricati davanti all’Eni di Stagno.
USB Livorno ha scelto un’immagine certamente poco diplomatica per aprire lo stato di agitazione contro il caro carburanti e il carovita. E forse, al di là dei modi e delle parole d’ordine del sindacato, c’è una domanda che merita di essere fatta senza bandiere e senza propaganda: perché oggi fare il pieno costa così tanto?
USB ha annunciato una manifestazione per giovedì 1° ottobre, dalle 17:30, davanti al deposito e carico carburanti di Stagno, accanto all’ingresso della raffineria. La protesta nasce da un confronto che fa inevitabilmente discutere: nel luglio del 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile. Oggi siamo attorno ai 100 dollari, con oscillazioni legate soprattutto alle tensioni internazionali. Eppure allora un litro di carburante costava molto meno di oggi.
Attenzione però ai numeri. Non serve gonfiarli per raccontare un problema che esiste già da solo. I prezzi medi nazionali non sono stabilmente a 2,50 euro al litro, anche se in alcuni distributori e soprattutto sulla rete autostradale si possono incontrare cifre decisamente più alte. Il punto vero resta un altro: rispetto al 2008 il greggio costa sensibilmente meno, mentre benzina e gasolio costano molto di più.
E allora la domanda dovrebbe uscire dalla piazza di Stagno ed entrare nei palazzi dove si prendono le decisioni: che cosa stiamo pagando realmente quando infiliamo la pistola nel serbatoio?
Perché dentro quel prezzo non c’è soltanto il petrolio. Ci sono raffinazione, distribuzione, margini industriali e commerciali, accise e IVA. C’è un sistema complesso che trasforma il prezzo di un barile in quello che leggiamo sul cartello del distributore. E proprio per questo limitarsi a dire che “è aumentato il petrolio” non basta a spiegare tutto.
Il problema diventa ancora più pesante se dall’altra parte mettiamo gli stipendi. Secondo l’OCSE, nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani, cioè quelli misurati tenendo conto dell’aumento dei prezzi, erano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021. Significa che mentre benzina, energia, spesa e servizi pesano sempre di più, una parte consistente del potere d’acquisto perso negli ultimi anni non è stata recuperata.
Ed è qui che il caro carburante smette di essere soltanto il problema dell’automobilista.
Perché il gasolio entra nel camion che porta la merce al supermercato, nel furgone dell’artigiano, nell’auto del lavoratore che ogni mattina percorre cinquanta chilometri per raggiungere il posto di lavoro.
Il carburante diventa trasporto, produzione, distribuzione e alla fine prezzo. Lo paghi alla pompa e rischi di ripagarlo alla cassa.
USB attribuisce una parte della responsabilità alle politiche salariali degli ultimi anni, alle grandi aziende energetiche e alle scelte del Governo, contestando anche le risorse destinate alla spesa militare. Sono posizioni politiche e sindacali sulle quali ciascuno può avere la propria opinione. I numeri sul potere d’acquisto, invece, meritano di essere guardati indipendentemente dalla sigla che li porta in piazza.
Il 1° ottobre USB tornerà davanti alla raffineria di Stagno. Il 30 ottobre è annunciata un’ulteriore mobilitazione nazionale dei lavoratori portuali accompagnata da manifestazioni contro carovita, guerra e riarmo.
Si può condividere o meno la protesta. Si può discutere del letame, dei blocchi e degli slogan. Ma sarebbe molto più difficile spiegare a chi ogni mattina deve mettere cinquanta o cento euro nel serbatoio perché il petrolio nel 2008 poteva arrivare quasi a 150 dollari al barile e oggi, con un barile attorno ai 100 dollari, alla pompa si paga molto di più.
Forse è proprio questa la domanda che dovremmo continuare a fare. Perché il problema non è soltanto quanto costa un litro di benzina. Il problema è quanto stipendio rimane dopo averlo pagato.
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