di Massimo Gervasi
il paradosso di una legge che con 40 gradi diventa assurda
L'Italia è quel Paese capace di obbligare un camionista a fermarsi per tutelare la sua sicurezza e, contemporaneamente, di vietargli durante la sosta di tenere acceso il motore per far funzionare l'aria condizionata. Non è una barzelletta e nemmeno una delle tante bufale che ogni estate tornano a circolare sui social. La norma esiste davvero ed è ancora in vigore.
L'articolo 157, comma 7-bis del Codice della strada stabilisce infatti che è vietato tenere acceso il motore durante la sosta del veicolo allo scopo di mantenere in funzione l'impianto di condizionamento. La sanzione prevista oggi va da 223 a 444 euro.
Una norma nata con una finalità comprensibile: evitare emissioni inutili prodotte da automobili ferme con il motore acceso soltanto per climatizzare l'abitacolo. Il problema nasce quando la stessa regola viene calata indistintamente nella realtà di chi dentro un veicolo non sta aspettando comodamente qualcuno davanti a un negozio, ma ci lavora per ore e ore.
Gli autotrasportatori
Il Regolamento europeo n. 561/2006 prevede che dopo quattro ore e mezza di guida il conducente debba effettuare un'interruzione di almeno 45 minuti, a meno che non inizi un periodo di riposo. È una norma sacrosanta, pensata per contrastare stanchezza, colpi di sonno e incidenti provocati dall'eccessivo affaticamento.
E allora immaginiamo una giornata di agosto. Fuori ci sono 38 o 40 gradi, il piazzale dell'area di servizio è arroventato dal sole e la cabina di un camion parcheggiato può trasformarsi rapidamente in una serra. L'autista deve riposarsi perché la legge giustamente gli dice che continuare a guidare sarebbe pericoloso. Ma se quella pausa avviene nelle condizioni riconducibili alla "sosta" prevista dall'articolo 157, mantenere acceso il motore esclusivamente per alimentare il climatizzatore può costargli fino a 444 euro.
Il cortocircuito è tutto qui. Da una parte diciamo al lavoratore: fermati perché sei stanco e devi recuperare le energie. Dall'altra rischiamo di dirgli: però fallo al caldo.
Naturalmente occorre essere precisi. Non ogni veicolo immobile si trova giuridicamente in "sosta". Lo stesso articolo 157 distingue l'arresto dovuto alle esigenze della circolazione, la fermata di brevissima durata, la sosta protratta nel tempo e persino la sosta di emergenza dovuta, tra le altre cose, a un malessere fisico del conducente o di un passeggero. Il divieto del comma 7-bis, nel testo oggi vigente, riguarda specificamente la sosta.
Resta il problema politico
Perché una legge intelligente dovrebbe essere capace di distinguere situazioni profondamente diverse.
Un conto è lasciare per mezz'ora il SUV acceso sotto casa perché vogliamo trovare l'abitacolo fresco. Altro conto è un autotrasportatore che trascorre la propria giornata lavorativa sulla strada e deve effettuare obbligatoriamente periodi di interruzione e riposo.
E qui entra in scena un'altra curiosa contraddizione. L'INAIL considera lo stress termico un rischio per i lavoratori. Spiega che temperatura, umidità, radiazione e ventilazione incidono sul benessere termico e ricorda come le elevate temperature possano costituire un problema rilevante per la salute e la sicurezza sul lavoro. Nella documentazione tecnica dedicata agli ambienti caldi vengono indicate, tra le possibili misure di controllo del microclima, anche le cabine climatizzate.
Quindi proteggiamo il lavoratore dal caldo, raccomandiamo ambienti climatizzati quando necessari, imponiamo al camionista di fermarsi per evitare che la stanchezza lo trasformi in un pericolo sulla strada, ma contemporaneamente manteniamo una norma generale che può impedirgli di alimentare il climatizzatore attraverso il motore durante la sosta.
Qualcosa evidentemente meriterebbe di essere rivisto. Non significa cancellare la tutela ambientale. Significa aggiornarla alla realtà.
Oggi esistono camion dotati di climatizzatori autonomi, sistemi elettrici ausiliari e tecnologie capaci di climatizzare la cabina senza lasciare acceso il propulsore principale. Benissimo: incentivarli, renderli progressivamente standard, prevedere agevolazioni per le imprese che li installano sarebbe una politica ambientale seria.
Ma finché una parte del parco circolante dipende dal motore per alimentare il climatizzatore, il legislatore dovrebbe almeno interrogarsi sull'opportunità di prevedere una disciplina specifica per i conducenti professionali durante i periodi obbligatori di riposo, soprattutto in presenza di temperature estreme.
Perché esiste anche una gerarchia del buon senso. Ridurre le emissioni è importante. Proteggere l'ambiente è indispensabile. Ma proteggere la salute di una persona che lavora dovrebbe esserlo altrettanto.
E soprattutto dovremmo ricordarci chi sono queste persone.
Sono gli uomini e le donne che attraversano l'Italia mentre noi siamo al mare. Quelli che portano alimenti nei supermercati, medicinali negli ospedali, materie prime nelle aziende, carburanti nelle stazioni di servizio e merci nei negozi. Se domani mattina l'autotrasporto si fermasse davvero, ci accorgeremmo probabilmente nel giro di pochissimo tempo di quanto fosse importante quel camion che fino al giorno prima ci dava soltanto fastidio perché procedeva lentamente davanti a noi.
Autotrasportatori nel periodo estivo
Quaranta gradi sull'asfalto, centinaia di chilometri alle spalle e altrettanti davanti. Il tachigrafo dice che devi fermarti. La sicurezza stradale dice che devi riposarti. La medicina del lavoro dice che il caldo eccessivo può essere pericoloso.
E il Codice della strada, se sei in sosta e il climatizzatore dipende dal motore, ti ricorda che accenderlo può costarti da 223 a 444 euro.
Forse gli orsi polari ringrazieranno. Il camionista un po' meno.
La tutela ambientale non può trasformarsi in una guerra contro il buon senso. Una legge scritta quasi vent'anni fa dovrebbe essere capace di confrontarsi con estati sempre più calde, con la sicurezza sul lavoro e con le condizioni reali di chi passa gran parte della propria giornata dentro una cabina.
Non serve scegliere tra ambiente e lavoratori, serve una legge fatta meglio.
Perché chiedere a un uomo di riposarsi per non rischiare di morire sulla strada e poi costringerlo a farlo dentro una cabina arroventata non è ecologia.
È burocrazia con l'aria condizionata negli uffici.
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