Rottamazione Quinquies: storia di un fallimento annunciato. L’ennesima corsa ad ostacoli per i contribuenti

Pubblicato il 22 giugno 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Doveva essere la misura della ripartenza. Doveva consentire a famiglie, professionisti e imprese di rimettersi in carreggiata pagando il dovuto ma senza essere travolti da sanzioni, interessi e costi accessori.

E invece, a distanza di mesi dall’avvio della Rottamazione Quinquies, il malcontento cresce e molte associazioni di categoria parlano apertamente di una misura che rischia di lasciare indietro proprio chi avrebbe dovuto aiutare.

La definizione agevolata consente di chiudere i carichi affidati alla riscossione eliminando sanzioni, interessi di mora e aggio, con possibilità di pagamento fino a 54 rate distribuite in circa 9 anni. Ma già qui nasce il primo nodo: non tutti i debiti entrano, non tutti gli enti hanno aderito e non tutti i contribuenti si trovano nelle stesse condizioni.

Negli ultimi mesi il Governo ha inoltre effettuato alcune correzioni e chiarimenti che, secondo molti osservatori, hanno ridotto le aspettative iniziali. Tra i punti più discussi c’è il mancato ampliamento della platea ai contributi delle casse previdenziali privatizzate e ad alcune posizioni che diversi professionisti chiedevano di includere. Il Ministero dell’Economia ha motivato il no con difficoltà tecniche e problemi di sostenibilità del calendario dei pagamenti.

Ma è soprattutto sul fronte dei tributi locali che si è aperta una delle polemiche più forti.

Secondo le analisi diffuse da Partite IVA Nazionali (PIN), il nuovo impianto rischia di creare un sistema “a due velocità”: da una parte i debiti affidati all’Agenzia Entrate-Riscossione, dall’altra quelli gestiti direttamente da Comuni o concessionari privati, con regole diverse da territorio a territorio.

Il presidente PIN, Antonio Sorrento, insieme al comitato tecnico guidato dall’Avv. Matteo Sances, ha evidenziato come il risultato possa essere un vero labirinto burocratico: stesso tributo, trattamenti differenti, tempi differenti e possibilità differenti in base al Comune di residenza.

Qui che nasce la domanda più scomoda: se una misura funziona davvero, perché lasciare che siano i singoli enti locali a decidere se concedere o meno una possibilità di rientro?

Perché un contribuente dovrebbe poter chiudere una posizione in una città e non avere la stessa opportunità nel Comune accanto?

E soprattutto: se l’obiettivo dichiarato è recuperare crediti e rimettere in moto il sistema, non sarebbe più efficace costruire percorsi sostenibili e rate realmente compatibili invece di continuare ad accumulare interessi, contenziosi e procedure che spesso finiscono per non essere pagate da nessuno?

Perché i numeri degli enti che hanno sperimentato strumenti di definizione agevolata raccontano spesso una realtà diversa: quando le condizioni sono sostenibili, molti contribuenti pagano.

Forse il vero tema non è essere più severi. Forse il tema è smettere di trattare chi ha difficoltà come un evasore per definizione e iniziare finalmente a distinguere tra chi non vuole pagare e chi, semplicemente, oggi non riesce più a farlo.

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