di Massimo Gervasi
Per anni il rapporto tra contribuente e Fisco è stato raccontato come una lunga sequenza di avvisi, solleciti, cartelle e tempi dilatati. Oggi quella fotografia rischia di essere superata.
L’Agenzia delle Entrate-Riscossione continua a utilizzare uno degli strumenti più rapidi e incisivi previsti dalla normativa: il pignoramento presso terzi. Tradotto in termini semplici: non si va più soltanto a cercare il bene del debitore, ma si colpisce chi detiene o deve versare denaro al debitore stesso. E tra questi soggetti ci sono soprattutto le banche.
Quando arriva l’atto all’istituto di credito, il meccanismo può diventare estremamente veloce. La banca è chiamata a verificare i rapporti intestati al contribuente e, nei limiti previsti dalla legge, a vincolare le somme disponibili e versarle all’Agente della riscossione secondo le procedure previste. Non siamo davanti al classico recupero crediti privato: qui il sistema tributario dispone di una corsia preferenziale che consente di agire senza il passaggio immediato davanti a un giudice.
Per un’impresa o una partita IVA il problema non è soltanto il debito.
Il vero rischio è il tempo.
Perché mentre si discute se il debito sia corretto, prescritto, notificato male o contestabile, nel frattempo può fermarsi la macchina operativa:
- pagamenti ai fornitori;
- stipendi;
- imposte correnti;
- flussi bancari;
- gestione ordinaria della liquidità.
Ed è qui che nasce una domanda scomoda: siamo ancora dentro una riscossione che punta a recuperare il credito oppure stiamo entrando in un modello che punta a intercettare automaticamente ogni flusso economico?
Digitalizzazione dell’economia
Perché il vero cambio di paradigma non è il conto corrente. Il vero tema è la digitalizzazione dell’economia.
Fatturazione elettronica, tracciabilità degli incassi, interoperabilità delle banche dati, flussi finanziari e crediti commerciali stanno rendendo sempre più semplice ricostruire dove entra il denaro e da chi arriva. Non significa che il Fisco possa prendere tutto o senza limiti, esistono tutele e soglie di impignorabilità in molti casi, soprattutto per stipendi e pensioni, ma significa che il margine per ignorare un debito fiscale si sta riducendo drasticamente.
Attenzione però a un errore che molti fanno: ricevere un pignoramento non significa automaticamente che non esistano alternative.
La prima cosa da fare è verificare:
- quali atti sono indicati;
- se le notifiche precedenti siano corrette;
- se esistano prescrizioni o sospensioni;
- se siano presenti sgravi già riconosciuti;
- se una rateizzazione sia ancora attivabile.
Dal 2025, le regole della dilazione sono cambiate: per importi fino a 120 mila euro esistono percorsi semplificati con piani che possono arrivare fino a 84 rate nelle richieste ordinarie, mentre in presenza dei requisiti e della documentazione prevista si può arrivare fino a 120 rate. Sopra i 120 mila euro serve dimostrare la temporanea difficoltà economico-finanziaria.
E qui arriva il punto politico: uno Stato moderno deve certamente recuperare ciò che gli è dovuto ma uno Stato moderno deve anche distinguere tra evasore strutturale e contribuente che è entrato in crisi.
Perché se il sistema arriva a bloccare la liquidità prima di aver dato al cittadino la reale possibilità di difendersi o rientrare, il rischio è che non si recuperino tasse: si spengano attività economiche.
E quando chiude un’impresa, il Fisco non incassa più. Incassa il silenzio.
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