di Rita Bruno
La capitale al rallentatore, ma il segnale politico è forte.
Kinshasa si è svegliata mercoledì 3 giugno 2026, con il traffico ridotto, alcuni negozi chiusi, assenze nelle scuole e una sensazione diffusa di attesa. Non una città completamente paralizzata, ma una capitale visibilmente rallentata. Un primo bilancio della “journée ville morte” convocata da una parte dell’opposizione congolese per misurare la propria capacità di mobilitazione contro ogni possibile modifica della Costituzione.
In strada si sono comunque visti autobus pubblici, minibus, venditori ambulanti, supermercati aperti e una presenza delle forze di sicurezza più marcata del solito.
La protesta: fermare ogni apertura al terzo mandato
La mobilitazione è stata lanciata dalla piattaforma di opposizione C64, che riunisce forze politiche ostili a qualsiasi revisione costituzionale capace, direttamente o indirettamente, di consentire al Presidente Félix Tshisekedi, detto anche Fatshi-Béton*, di restare al potere oltre il secondo mandato. Il messaggio scelto dagli organizzatori è stato semplice, invitando il popolo a starsene a casa. Nessun grande corteo, nessuna manifestazione di piazza annunciata, ma un test politico sulla capacità di trasformare il dissenso in consenso popolare visibile.
*soprannome preso dalle iniziali F.A.Tshi. di Félix Antoine Tshisekedi e Béton che significa cemento in francese/lingala (lingua locale) che indica fermezza e solidità come cemento.
Il progetto di legge referendaria accende lo scontro
Lo scontro si è alzato di livello il 27 maggio, quando i deputati dell’opposizione hanno lasciato l’aula dell’Assemblea nazionale durante l’esame del rapporto su un progetto di legge referendaria. L’opposizione denuncia che l’obiettivo finale della maggioranza sia quello di sbloccare l’articolo 220 della Costituzione.
Trattasi della clausola che tutela il limite dei mandati presidenziali.
Nella lettura dell’opposizione, il referendum non sarebbe dunque un semplice strumento tecnico, ma l’anticamera di una riscrittura dell’architettura costituzionale.
Tshisekedi nega di voler aggrapparsi al terzo mandato
A rendere il quadro ancora più teso sono state le parole dello stesso Félix Tshisekedi. il presidente ha dichiarato di non sollecitare un terzo mandato. Ma se il popolo lo desidera, lui accetterà. France 24 riferisce inoltre che Tshisekedi ha evocato l’ipotesi di una consultazione referendaria per ogni eventuale revisione e ha anche lasciato intendere che le elezioni presidenziali previste nel 2028 potrebbero risultare difficili da organizzare se il conflitto nell’Est del Paese dovesse continuare.
Una formula che, per l’opposizione, alimenta il sospetto di un doppio binario: revisione costituzionale da una parte, pressione securitaria dall’altra.
La Costituzione Congolese
Sul piano formale, il testo costituzionale è chiaro. La fonte giuridica consultata tramite LeGANET - Journal Officiel Jurisprudence Doctrine - riporta che l’articolo 70 stabilisce un mandato presidenziale di cinque anni, rinnovabile una sola volta. Nello stesso quadro normativo, il principio richiamato nell’Exposé des motifs è che il numero e la durata dei mandati presidenziali non possono essere oggetto di revisione costituzionale.
Questo è il cuore della battaglia politica, non solo sul futuro di Tshisekedi, ma sulla solidità stessa del limite costituzionale.
Il governo prova a normalizzare la giornata
Alla chiamata dell’opposizione, il potere ha scelto di rispondere con la linea della normalizzazione istituzionale. Le autorità hanno moltiplicato gli appelli affinché i funzionari si recassero regolarmente al lavoro, mentre il Ministro della Funzione pubblica ha richiamato gli agenti alla neutralità e all’obbligo di assiduità.
Il messaggio del governo è stato netto e chiaro, nessuna legittimazione politica della “ville morte”, nessuno spazio per riconoscerla come protesta nazionale.
La Ville Morte del 2016
Il confronto più utile, nelle fonti disponibili, non è con uno sciopero recente del 2025, ma con le grandi giornate di protesta del 2016 contro Joseph Kabila, Presidente fino al 2019. Il 16 febbraio di quell’anno il Front citoyen 2016 chiamò una "Journée ville morte" per difendere il rispetto della Costituzione, i tempi dell’elezione presidenziale e l’alternanza democratica, mentre il governo e la maggioranza insistevano sul carattere ordinario della giornata lavorativa.
Anche allora il nodo politico era il timore che il presidente in carica restasse oltre i limiti previsti.
La differenza decisiva: ieri il “glissement”, oggi la riscrittura delle regole
Nel 2016 la contestazione ruotava soprattutto attorno al rischio di slittamento del calendario elettorale per consentire a Kabila di restare in carica alla fine del secondo mandato. Oggi, invece, la tensione riguarda qualcosa di ancora più sensibile come la possibilità che venga modificata la cornice costituzionale stessa.
Se allora il conflitto era sul rispetto dei tempi, oggi lo scontro riguarda il perimetro delle regole. È una differenza sostanziale, perché trasforma una disputa politica in un confronto sul patto istituzionale che regge la Repubblica.
Sul piano della partecipazione, il 2016 appare più pesante, invece le cronache di oggi descrivono una Kinshasa rallentata ma non bloccata. Nel 2016 la BBC parla di un'adesione molto visibile nella capitale : boulevard quasi vuoti, negozi in gran parte chiusi e traffico drasticamente ridotto.
La stessa BBC precisò però che la mobilitazione era risultata meno incisiva in altre città del Paese. Il paragone suggerisce che la protesta odierna sia stata importante come segnale politico, ma meno travolgente, almeno nelle prime ore, rispetto ai momenti più intensi della crisi anti-Kabila.
La gestione della sicurezza racconta una differenza
Le principali testate giornalistiche segnalano che nella giornata odierna la presenza delle forze di sicurezza è stata più forte del normale, ma senza incidenti riportati nelle prime ore.
Nel 2016, invece, la BBC riferì di barricate poste da sostenitori dell’opposizione e disperse dalla polizia, oltre a momenti di panico e a colpi uditi nei pressi della residenza di Étienne Tshisekedi.
Se oggi prevale il test di forza simbolico, nel 2016 il clima appariva più rapidamente esposto al rischio di scontro aperto.
Il sogno della Germania d'Africa
Tshisekedi ripete spesso di voler fare della RDC la Germania d'Africa: paese industriale, disciplinato, con istituzioni forti. Ma sulla Costituzione i modelli divergono. Dal 1949 ci sono state 67 modifiche ma nessuna ha toccato il limite dei mandati del Cancelliere. Quello che non esiste: Kohl ha governato 16 anni, Merkel 16 anni senza cambiare una virgola.
In Germania la guerra non è mai stata usata per riscrivere i limiti di potere. La legge Fondamentale è nata proprio per impedire che un'emergenza crei un uomo forte.
Il presidente congolese ignora il cuore del modello tedesco: potere limitato, federalismo forte, tutela delle minoranze. La RDC è già iper centralizzata a Kinshasa. Togliere il limite dei mandati la allontana dal federalismo tedesco e la vicina ai sistemi presidenziali africani.
La Germania d'Africa che sogna Tshisekedi regge sulle fabbriche e sulle strade, non sulle regole. A Berlino il cemento è la Costituzione. A Kinshasa, rischia di essere solo un soprannome Fatshi-Béton.
La Germania ha costruito la stabilità limitando il potere dopo la guerra. Il presidente invece cerca stabilità togliendo i limiti al potere durante la guerra.
RDC, Francia, USA, Italia: quattro modelli diversi di limite presidenziale
Il confronto internazionale aiuta a capire quanto il tema sia sensibile. In RDC, il presidente è eletto a suffragio universale diretto per cinque anni, con mandato rinnovabile una sola volta.
In Francia, il presidente è anch’egli eletto direttamente per cinque anni, ma l’articolo 6 della Costituzione stabilisce che nessuno può esercitare più di due mandati consecutivi.
Negli Stati Uniti, il presidente resta in carica per quattro anni e il 22° emendamento stabilisce che nessuno può essere eletto alla presidenza più di due volte.
In Italia, invece, il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune con i delegati regionali, durata in carica sette anni e rappresenta un capo dello Stato in un sistema parlamentare, quindi con una funzione diversa da quella dei presidenti eletti direttamente in RDC, Francia e USA.
Il caso francese e americano: limiti chiari, ma formule diverse
La Francia pone un limite di due mandati consecutivi, formula che giuridicamente non coincide con il modello statunitense.
Negli USA, il 22° emendamento stabilisce che nessuno può essere eletto presidente più di due volte, introducendo un vincolo ancora più diretto sul numero complessivo di elezioni presidenziali possibili.
La RDC, dal canto suo, adotta una formula che limita il mandato a cinque anni rinnovabile una sola volta.
Il conflitto nasce proprio dal sospetto che questa barriera venga rimessa in discussione.
L’Italia resta un paragone solo parziale
L’Italia è comparabile solo fino a un certo punto, perché il Presidente della Repubblica non è il capo dell’esecutivo scelto direttamente dagli elettori. La Costituzione italiana, nella fonte ufficiale del governo consultata, stabilisce che il presidente sia eletto dal Parlamento e che il mandato duri sette anni. Si tratta quindi di una figura di garanzia e rappresentanza dell’unità nazionale, non di una leadership presidenziale modellata come in RDC, Francia o Stati Uniti.
Il vero significato della giornata del 3 Giugno 2026
La “Ville morte” del 3 giugno non è importante soltanto per il numero di negozi chiusi o per il traffico ridotto. Conta soprattutto perché misura se l’opposizione riesce a trasformare una controversia giuridica — la revisione costituzionale — in una questione popolare, emotiva e nazionale.
In questo senso, più che uno sciopero classico, la giornata di oggi appare come un referendum politico informale sulla fiducia verso Tshisekedi e sulla paura di un cambio delle regole a partita in corso.
Il rischio per la RDC: non solo una crisi di potere, ma una crisi di fiducia
La lezione che arriva da Kinshasa è che in RDC il nodo del terzo mandato non è mai soltanto tecnico. Ogni discussione sulla Costituzione tocca la memoria delle crisi passate, del lungo tramonto dell’era Kabila - Presidente uscente - e del timore ricorrente che l’alternanza democratica venga aggirata.
Per questo la giornata pesa oltre il suo risultato immediato. Se il potere insisterà sulla via referendaria e l’opposizione continuerà a leggere ogni riforma come un tentativo di permanenza al vertice, il Paese della RDC rischia di entrare non solo in una nuova crisi istituzionale, ma in una nuova stagione di sfiducia strutturale tra cittadini e istituzioni. Potrebbe scaturire una grande crisi economica.
Fuga degli investitori e debito
La banca del Fondo Monetario Internazionale - FMI, gli Stati Uniti e l'UE potrebbero bloccare i Fondi quando saltano i contrappesi istituzionali che sono come freni al potere del Presidente. Questi servono a evitare che al comando sia tutto autogestito da una sola persona e il Franco congolese ne potrebbe risentire come già accaduto nel 2016.
I mercati odiano l'incertezza costituzionale
Un grande pericolo per la RDC, senza alternanza credibile. L'accordo con Usa e UE sul corridoio di Lobito, arteria infrastrutturale per i minerali, richiede stabilità e governance, idem per la Cina.
Rischio sociale
Dare nascita ad una spirale delle manifestazioni, si arriverebbe a parlare anche di repressione, sanzioni e isolamento del paese. Il pericolo non è tanto cambiare la Costituzione. È cambiare le tre regole che tengono insieme un paese frammentato: limite ai mandati, giudici indipendenti, province con voce. Se vengono tolte tutte insieme con il gruppo armato di ex ribelli M23 - Movimento 23 Marzo - e 100 miliardi di minerali in ballo, il rischio di rottura RDC è reale.
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