di Tania Amarugi
In 'Italia conta oltre 200mila schiavi del lavoro. Lo confermano i dati più aggiornati del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo che registrano un incremento del 50% dei casi di sfruttamento intercettati rispetto alle rilevazioni precedenti.
Un esercito invisibile che oscilla tra i 200.000 e i 230.000 lavoratori irregolari nel solo comparto agricolo, inserito in un “sommerso” che produce un volume d'affari superiore ai 77 miliardi di euro all'anno. Se storicamente il fenomeno ha le sue radici nelle campagne del Mezzogiorno dove Calabria, Campania e Sicilia mantengono i tassi di irregolarità più alti del Paese, la geografia del ricatto è ormai mutata.
In Calabria, le ispezioni dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) rivelano che il 69,5% delle aziende agricole presenta irregolarità. Nella sola regione si stimano tra gli 11.000 e i 12.000 braccianti sfruttati, provenienti soprattutto da India, Marocco e Mali.
Al Nord le Procure settentrionali, a partire da quella di Milano guidata dalle indagini del PM Paolo Storari, stanno portando alla luce un sistema criminale evoluto. Meno violenza esplicita nei campi, maggiori servizi di logistica, edilizia e grande distribuzione controllati da cooperative fantasma. Qui i contratti appaiono regolari e i salari vengono versati su carte prepagate; peccato che il PIN delle tessere sia saldamente nelle mani dei caporali. Un meccanismo che ha permesso al solo tribunale di Milano di recuperare oltre 200 milioni di euro evasi all'Inps in due anni e mezzo.
Tanti i casi di cronaca recente che restituiscono la brutalità fisica che ancora caratterizza i segmenti più vulnerabili della filiera. A inizio giugno, la provincia di Cosenza è stata scossa dal brutale omicidio di quattro braccianti agricoli stranieri, impegnati nella raccolta delle fragole e arsi vivi all'interno di un insediamento isolato. Il procuratore capo ha definito l'evento un "episodio di gravità inaudita", che ha portato al fermo di due caporali. A fine luglio, un'operazione dei Carabinieri del NIL nei territori di Enna e Regalbuto ha smantellato una cellula dedita allo sfruttamento della raccolta di arance. I braccianti venivano pagati un euro a cassetta, costretti a turni massacranti di 70 ore settimanali totalmente in nero. Pochi giorni prima, a metà luglio, l'arresto di un imprenditore nel Tarantino ha fatto luce sul decesso di un bracciante trentottenne stroncato dalla fatica dopo turni di 13 ore consecutive in alloggi insalubri.
La scia di sangue e i dati allarmanti hanno spinto le istituzioni a muoversi su due fronti: task force estive vigilanza straordinaria in collaborazione con INPS, INAIL e Carabinieri per setacciare le colture stagionali più a rischio e protocolli etici territoriali, come tra Grosseto e Siena che hanno siglato il 29 luglio il primo Protocollo operativo e Codice etico agricoltura in Italia, istituendo white list per le aziende virtuose e incrociando i dati istituzionali per bloccare sul nascere le infiltrazioni criminali.
Ma sarà sufficiente per arginare e fermare questo fenomeno?
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