di Carlotta Degl'Innocenti
“Ero triste in mezzo al ballo più gioioso / se partendo avevo visto un'ombra nei suoi occhi”, recita Victor Hugo in una poesia dedicata a sua figlia Léopoldine, morta tragicamente a soli diciannove anni nel 1843, annegando nella Senna.
“Conoscendo Beatrice, non credo che abbia potuto fare quel gesto”, afferma Stefano B., padre della giovane allieva della Scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze, la cui vita si è spezzata a soli venticinque anni il 22 aprile 2024.
La sua scomparsa continua a lasciare profondi interrogativi, alimentati dal fatto che il caso sia stato archiviato come suicidio dal GIP nel giugno del 2025. Nonostante l'opposizione della famiglia e le richieste di ulteriori accertamenti respinte dal giudice in quanto ritenute esplorative, i dubbi investigativi rimangono irrisolti. Il padre, ex brigadiere, denuncia gravi anomalie nei rilievi iniziali: la mancata esecuzione dell'autopsia — nonostante il foro d'entrata fosse alla tempia sinistra sebbene la ragazza fosse destrimana —, la perdita di prove materiali come i vestiti non sequestrati e l'assenza dello stub sulle mani per rilevare tracce di polvere da sparo. Ulteriori ambiguità emergono dalla gestione della scena del ritrovamento, tra cui la rimozione non verbalizzata in tempo reale del telefono cellulare e la sparizione di messaggi e registri delle chiamate, come ricostruito nella puntata dell’aprile 2025 di Chi l’ha visto?. Il procedimento giudiziario si è così chiuso, senza verifiche tecniche approfondite come l'analisi dei tabulati, con un'archiviazione definitiva che ha lasciato una ferita aperta e numerosi dubbi sulle responsabilità.
“Se un’istituzione dà più valore alle formalità che alla formazione e crescita personale dell’individuo, conduce al fallimento”, scrivono i familiari di Beatrice in una lettera indirizzata a Unarma, con il fine di condividere le impressioni della famiglia in merito a quanto accaduto all’interno delle mura della Scuola Marescialli e Brigadieri dell’Arma dei Carabinieri.
I suicidi nelle forze dell’ordine
Al lutto devastante si somma la battaglia contro il tabù della salute mentale all'interno dell'Arma e la presunta mancanza di vigilanza e tutela verso gli allievi in difficoltà, tanto più se donne. In un interessante approfondimento Marta Clinco per l’edizione iltascabile.com affronta il delicato tema del silenzio che avvolge le caserme, ricordando che quando una giovane vita si spezza ha il rumore sordo di un sistema che rifiuta di guardarsi allo specchio. Il fenomeno dei suicidi tra gli appartenenti alle forze dell'ordine e ai corpi in divisa in Italia rappresenta una grave emergenza silenziosa, con una media stimata di un caso ogni sei-otto giorni, per una media di cinquanta decessi l’anno. Purtroppo, le stime non sono certe per mancanza di dati ufficiali centralizzati.
Le donne nell’arma
Numeri che indicano un sintomo acuto nelle forze dell'ordine italiane. Ambienti che spingono ai limiti biologici ed emotivi che vengono negati e dove la vulnerabilità viene trattata come una anomalia inammissibile. Chiedere aiuto all'interno di una struttura militare viene percepito come una minaccia alla carriera che spesso può portare alla confisca immediata dell'arma e alla perdita del tesserino. Gli stessi psicologi militari non riescono a garantire l’assoluta riservatezza e sicurezza psicologica indispensabile per accogliere il disagio per cui aumentano i carichi psicologici. Tanto più se si è donna.
Come ricorda la Clinco, la sociologa Raewyn Connell in "Masculinities" (1995), evidenzia che nelle professioni tradizionalmente maschili si costruisce una “mascolinità egemonica” basata su forza, autocontrollo, stoicismo e rifiuto della dipendenza emotiva. E così, anche se il numero di donne nelle forze di polizia è aumentato, la cultura interna continua a premiare quella cultura egemonica maschile.
Cambio paradigma
A Beatrice è stato spezzato un sogno che stava per raggiungere. Aveva quasi ultimato il suo percorso da sottufficiale e le mancavano pochi esami. Forse, il suo nome dovrebbe diventare un simbolo per tutte quelle giovani donne che, come lei, dedicano la loro vita alla difesa della patria e alla salvaguardia delle istituzioni affinché la stessa formazione si adegui ai cambiamenti come definiti anche dal sociologo francese Edgar Morin per cui l'ingresso duraturo delle donne nel mondo del lavoro costituisce una mutazione sociale maggiore. Per Morin, l'apporto del maschile e del femminile nel lavoro non deve tradursi nel costringere la donna ad adattarsi al modello rigido preesistente.
"L'uomo e la donna si completano proprio in ciò che li differenzia. La vera associazione tra i generi non cancella le specificità, ma le valorizza: il maschile apporta la spinta all'azione tecnica e razionale, il femminile la comprensione del vivente e l'affettività. Nel lavoro comune, l'uno impara dall'altro, ed è solo in questa fecondazione reciproca che un'organizzazione diventa veramente umana e intelligente." (E. Morin)
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Commenti
Nel mio piccolo ho fatto installare una Panchina PARLASCOLTA a Castelnuovo di Farfa dedicata a Beatrice, alla quale sono affettivamente legatissimo. Rimango a Vs. disposizione per qualsiasi iniziativa, anche legale per riaprire le indagini sull'accaduto. Con l'augurio che di Beatrice rimanga un ricordo ETERNO.
Ringraziando per l'articolo asciutto e puntuale, cordialmente saluto.