Caro carburanti, perché il prezzo è alle stelle: la risposta non è dove la cerchi

Pubblicato il 14 settembre 2026 alle ore 07:00

di Davide Belcuore

Perché la benzina costa così tanto in Italia? Non è solo colpa delle accise. Dietro il record dei prezzi alla pompa c’è una miscela esplosiva di speculazione finanziaria, raffinerie al collo e un modello energetico strutturalmente fragile.

Se si è già fatto il pieno questa settimana, lo si è visto con i propri occhi: la benzina ha toccato 2,192 euro al litro e il gasolio 2,285 euro. Il Codacons parla di un livello "mai registrato in Italia". Eppure, il Brent non è ai massimi storici. Ha superato i 104 dollari al barile, spinto dall’escalation tra USA e Iran. Nel 2008 il Brent toccava i 140 dollari e la benzina costava 1,50 euro al litro. Oggi costa il 40% in più. Perché? Qualcosa non torna.

Non è (solo) colpa del fisco

La spiegazione più gettonata è quella fiscale. Dal 1° gennaio 2026, le accise su benzina e gasolio sono state parificate a 0,6729 euro al litro, come previsto dalla legge di bilancio 2026. Sul gasolio è però in vigore un taglio temporaneo di 14 centesimi al litro (17 con IVA), prorogato fino al 17 settembre. A marzo 2026, prima del taglio, il carico fiscale sul diesel pesava per il 51,1% del prezzo finale: su 2,033 euro al litro, 1,039 erano tasse. Ma il fisco non spiega tutto. Il vero nodo è a monte: le raffinerie europee lavorano ai massimi degli ultimi anni, con pochissima capacità inutilizzata. Quando la raffinazione è satura, i margini salgono e il prezzo alla pompa resta alto anche se il Brent non è ai massimi.

Il collo di bottiglia vero: le raffinerie

Sumit Ritolia, analista di Kpler, spiega che il greggio non manca: è la raffinazione a essere al limite. Le raffinerie americane lavorano da tre mesi sopra il 95%, secondo la EIA. Nel mondo però mancano milioni di barili al giorno di capacità: circa 3,5 milioni sono stati messi offline in Medio Oriente al picco del conflitto, colpendo raffinerie in Arabia Saudita, Bahrein, Kuwait ed Emirati. In agosto si sono aggiunti 2,5 milioni di barili al giorno di capacità russa fuori uso per gli attacchi dei droni ucraini, che hanno colpito 17 raffinerie. Il diesel è il vero problema: la benzina ha una stagionalità, il gasolio no. Con l’inverno e la manutenzione degli impianti, i margini restano alti. Il paradosso, in fondo, è questo: meno offerta, stessa domanda, più tasse. I prezzi salgono finché qualcuno non smette di comprare.

La speculazione che nessuno vuole vedere

Ed eccoci al punto scomodo. Mentre si paga 2,19 euro al litro, c’è chi guadagna miliardi scommettendo sul rialzo. I dati ICE lo confermano: nella settimana al 1° settembre, i cosiddetti non-commercial traders — hedge fund, fondi pensione e grandi speculatori — hanno accumulato 261.435 contratti net-long sul Brent. Ogni contratto vale 1.000 barili. Significa oltre 260 milioni di barili di greggio in futures. Un ammontare che supera di gran lunga la produzione globale giornaliera.

Il paradosso è questo: i prezzi dei futures sul petrolio non riflettono la scarsità fisica del greggio, ma le aspettative e le sensazioni del mercato finanziario. E queste sensazioni sono amplificate da un fenomeno documentato: il comportamento mimetico degli speculatori, studiato da Chetbani Saida dell’Università di Béjaïa, in Algeria. Quando il prezzo inizia a salire, gli operatori finanziari comprano, non perché il petrolio scarseggi, ma perché si aspettano che altri comprino. Il risultato è un ciclo auto-alimentato che amplifica i movimenti di prezzo nel breve periodo.

Il problema è che questa amplificazione ha effetti reali. Un trader intervistato dal Guardian ha spiegato che piattaforme di previsione come Polymarket sono ormai così influenti da alimentare direttamente gli algoritmi di trading sul Brent. Il meccanismo è perverso: piccoli gruppi di utenti anonimi possono scommettere su eventi geopolitici — un attacco, un’annessione, una crisi — e questi dati diventano segnali per algoritmi che muovono miliardi in futures. 

Come facessero a “prevedere” l’escalation tra USA e Iran resta un mistero. Forse sono molto bravi. O forse c’è qualcosa che non ci viene raccontato. 

Non stai comprando benzina: stai finanziando un sistema

Il prezzo che si paga alla pompa non rispecchia la scarsità reale di petrolio. Riflette tre cose: la fragilità strutturale del sistema di raffinazione europeo, la dipendenza da rotte commerciali sotto minaccia e la libertà di attori finanziari di scommettere sul caos.

L’Italia, con la sua dipendenza energetica e il suo carico fiscale, è il bersaglio perfetto. Paghiamo il prezzo di un modello energetico che non controlliamo e di una finanza che non regoliamo.

Facendo il pieno, non si compra solo benzina. Si finanziando un sistema che prospera sulla vulnerabilità. E la domanda giusta non è "quando scenderà il prezzo?" ma "quali forze determinano il prezzo che paghiamo?"

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