Occhio alla banana: non sono tutte uguali. Sappiamo davvero cosa mangiamo?

Pubblicato il 14 settembre 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

La banana è forse uno degli alimenti che suscita meno sospetti. Ha una buccia spessa, la togliamo prima di mangiarla e siamo portati a pensare che ciò che rimane all’interno sia perfettamente protetto. Ma è davvero così?

Un’inchiesta di "Indovina chi viene a cena", il programma di Rai 3 condotto da Sabrina Giannini, ha seguito il viaggio delle banane dalle grandi piantagioni dell’Ecuador fino agli scaffali dei nostri supermercati. La redazione ha acquistato in diverse catene italiane otto campioni di banane, due dei quali biologici, facendone analizzare la polpa da un laboratorio accreditato. Il risultato merita attenzione: soltanto uno dei campioni biologici non presentava tracce di pesticidi, mentre negli altri sono stati individuati residui di diversi principi attivi. In un campione.,.. convenzionale sarebbero state trovate contemporaneamente fino a sei molecole.

Tra le sostanze rilevate figurano anche bifentrina e clorpirifos, due insetticidi, e fenpropimorf e miclobutanil, due fungicidi non più autorizzati come principi attivi fitosanitari nell’Unione Europea.

Qui però occorre essere cauti: questo non significa che quelle banane fossero illegali o che contenessero pesticidi oltre le soglie consentite. I residui riscontrati risultavano infatti inferiori ai limiti massimi stabiliti dalla normativa europea. Ma proprio qui nasce una questione interessante: alcune sostanze che gli agricoltori europei non possono più utilizzare possono essere impiegate nei Paesi extra UE e i prodotti così coltivati possono arrivare sulle nostre tavole purché i residui rispettino i limiti previsti per l’importazione.

Insomma, non possiamo usarle nei nostri campi, ma possiamo ritrovarne piccole quantità nei prodotti coltivati dall’altra parte del mondo. Una delle tante acrobazie della globalizzazione che, almeno, meriterebbe di essere spiegata chiaramente ai consumatori.

Le immagini girate nelle piantagioni dell’Ecuador mostrano inoltre quanto sia complesso il processo che si nasconde dietro una semplice banana. I bananeti vengono sottoposti a trattamenti contro funghi e parassiti, anche attraverso fumigazioni aeree. I caschi vengono protetti durante la crescita con grandi sacchetti di plastica, che in alcune coltivazioni possono essere trattati con insetticidi. Dopo la raccolta, le banane vengono trasportate negli impianti, separate, lavate e sottoposte ad altri trattamenti per impedire marciumi e permettere loro di affrontare il lungo viaggio verso l’Europa.

L’inchiesta documenta anche l’impiego nelle piantagioni di mancozeb, un potente fungicida la cui approvazione non è stata rinnovata dall’Unione Europea nel 2020. Ed emerge un altro aspetto forse ancora più importante dei residui che arrivano sulle nostre tavole: l’esposizione dei lavoratori e delle popolazioni che vivono nelle zone delle coltivazioni intensive. Diversi studi scientifici condotti nelle aree bananiere dell’Ecuador hanno infatti analizzato le conseguenze dell’esposizione professionale e ambientale ai pesticidi.

E non è neppure la prima volta che le analisi sulle banane mostrano residui multipli. Nel 2022 Il "Salvagente" fece analizzare venti campioni acquistati in supermercati e discount italiani: soltanto tre, tutti biologici, risultarono privi di residui, mentre negli altri furono trovati, sempre entro i limiti di legge, fino a sei principi attivi contemporaneamente. Analisi effettuate successivamente da un laboratorio pubblico tedesco hanno nuovamente evidenziato la presenza di residui multipli nelle banane convenzionali.

Ed è proprio il multiresiduo ad aprire un interrogativo più ampio. La normativa stabilisce limiti per le singole sostanze, mentre la ricerca scientifica europea sta studiando sempre più attentamente gli effetti dell’esposizione cumulativa a differenti pesticidi. Trovare più residui non significa automaticamente trovarsi davanti a un alimento pericoloso, ma significa avere il diritto di chiedere controlli, trasparenza e informazioni.

Nessuno può quindi sostenere, sulla base di queste analisi, che mangiare una banana acquistata al supermercato sia pericoloso. Ma possiamo porci una domanda diversa.

Per avere tutto l’anno banane perfette, senza macchie, economiche e provenienti da migliaia di chilometri di distanza, quale prezzo stiamo pagando in termini ambientali, sociali e di utilizzo della chimica?

Forse dovremmo cominciare a leggere la storia degli alimenti non soltanto dall’etichetta. Perché sapere cosa mangiamo significa anche sapere come è stato prodotto ciò che mangiamo.

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