Sardegna svenduta al vento: 42 colossi d'acciaio più alti della Torre Eiffel stanno per profanare il mare del Sulcis

Pubblicato il 22 giugno 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Lo Stato firma la condanna a morte del paesaggio del Sulcis: dal Pan di Zucchero a Carloforte, una muraglia industriale lunga 116 km² sostituirà uno dei panorami più sacri del Mediterraneo

 

L'ultimo grido di un'isola tradita- "Ora devastano questo mare". Tre parole, una condanna. È l'allarme lanciato dall'ex presidente della Regione Sardegna Mauro Pili in un video diventato virale nelle ultime ore, mentre i social si infiammano e i comitati locali si preparano alla mobilitazione. 

Lo Stato ha firmato, il via libera è arrivato e la Sardegna riscopre ancora una volta di essere stata decisa altrove, lontano dalle sue coste e dai suoi sindaci. 

Quello che era impensabile fino a ieri – piantare una foresta di acciaio davanti al Pan di Zucchero, il faraglione simbolo del Mediterraneo – oggi è realtà autorizzata, timbrata, controfirmata. 

Sull'orizzonte più fotografato d'Italia, dove la roccia calcarea si fa monumento naturale e le antiche tradizioni del Sulcis conservano la memoria di mestieri millenari, si prepara l'arrivo di una flotta industriale che cambierà per sempre la geografia visiva e simbolica dell'isola.

Una muraglia industriale alta come un grattacielo di 95 piani

I numeri di Ichnusa Wind Power raccontano, nella loro fredda contabilità burocratica, una devastazione senza precedenti. Quarantadue turbine galleggianti si ergeranno dal mare del Sulcis come una sterminata foresta d'acciaio, ciascuna alta 285 metri dalla superficie dell'acqua alla punta della pala: per dare la misura, la Torre Eiffel arriva a 330 metri, la Mole Antonelliana si ferma a 167, e nessun grattacielo italiano – nemmeno la Torre Unicredit di Milano, ferma a 231 – riesce a competere con questi colossi piantati nel Mediterraneo. 

A roteare nel cielo davanti al Pan di Zucchero saranno rotori del diametro di 255 metri, più lunghi di due campi da calcio messi in fila uno dopo l'altro.

L'occupazione del mare 

Sarà di dimensioni continentali: 116 chilometri quadrati, una superficie pari a oltre sedicimila campi da calcio o, se si preferisce, all'incirca all'intera estensione del Comune di Milano. Sotto la linea d'acqua, ogni singolo aerogeneratore poggerà su una fondazione galleggiante semi-sommergibile da quasi cinquemila tonnellate d'acciaio – cui se ne aggiungono altre duemila tra turbina e torre – ancorata al fondale con funi sintetiche ad alta resistenza calate fino a profondità abissali, comprese tra i 350 e i 700 metri. 

Una cattedrale d'acciaio per ognuna delle 42 postazioni, moltiplicata per la stessa cifra, tutta da varare in mare aperto. L'energia prodotta dovrà poi arrivare a terra attraverso cavi sottomarini che approderanno a Portoscuso, comune già duramente segnato dal polo industriale di Portovesme e dalle sue eredità ambientali, scelto ancora una volta come terminale di un'infrastruttura calata dall'alto. Il tutto a una distanza dalla costa che oscilla tra i 35 e i 50 chilometri: una distanza che i proponenti definiscono nei comunicati ufficiali sufficiente a rendere l'impianto «invisibile a occhio nudo dall'entroterra», salvo poi ammettere, nelle stesse fotosimulazioni allegate al fascicolo ministeriale, che le pale saranno chiaramente visibili da terra, soprattutto nelle giornate limpide e durante i celebri tramonti che hanno reso Masua e Nebida tra le mete più fotografate del Mediterraneo ampiamente descritto nell'articolo La Nuova Sardegna.

Chi sono i veri padroni del mare sardo?

Dietro il nome italianizzante "Ichnusa" – l'antico nome greco della Sardegna, evocativo come una promessa di radicamento – si nasconde in realtà un'operazione finanziaria di respiro internazionale, in cui la sardità si riduce a brand di copertina. 

La società proponente fa capo a Eni Plenitude, che opera attraverso la controllata GreenIT, e al colosso danese Copenhagen Infrastructure Partners, uno dei più grandi fondi infrastrutturali del Nord Europa specializzato proprio nella raccolta di capitali per le rinnovabili offshore. 

La regia tecnica del progetto è affidata a Divento Energia, che da sola ha in cantiere altri cinque progetti analoghi per una capacità complessiva di tre gigawatt.

La filiera produttiva conferma il copione

Il modello industriale adottato è quello del TetraSub®, una fondazione semisommergibile di concezione danese, e le funi sintetiche che terranno ancorate le piattaforme arrivano dal Nord Europa. 

La cantieristica navale, secondo il Decreto Porti del Governo, sarà concentrata negli hub di Augusta e Taranto, dove si assemblano le strutture prima del rimorchio in mare aperto. 

Alla Sardegna, in questo schema, restano il mare occupato, l'orizzonte rotto, qualche cantiere temporaneo a Portoscuso e una promessa – tutta da verificare – di 3.500 posti di lavoro in fase di costruzione, sui quali nessuno ha ancora chiarito quanti saranno effettivamente assegnati a maestranze locali e quanti, invece, importati dalle filiere specialistiche scandinave e pugliesi.

Il Ministero della Cultura firma con una prescrizione tragicomica

Il via libera decisivo è arrivato dalla Soprintendenza speciale PNRR del Ministero della Cultura, che ha apposto il proprio sigillo dopo quello già concesso dal Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica. 

Resta da firmare soltanto il decreto definitivo, ormai questione di pura forma. 

Di fronte alla devastazione visiva di uno dei paesaggi italiani più riconoscibili al mondo, l'unica prescrizione imposta dal Ministero suona quasi come una beffa indicando un elaborato di mitigazione paesaggistico-percettiva, recante le soluzioni colorimetriche, i trattamenti antiriflesso, le finiture superficiali e gli accorgimenti previsti per ridurre il contrasto visivo degli aerogeneratori.

Tradotto in italiano corrente bisognerà dipingere le pale di un colore meno appariscente. Come se bastasse una mano di vernice opaca per mascherare quarantadue grattacieli piantati nel mare del Sulcis, come se la tutela del paesaggio italiano potesse essere ridotta a una questione di palette cromatica. 

È la dichiarazione di resa dello Stato culturale di fronte allo Stato energetico, codificata in poche righe di prescrizione tecnica che resteranno agli atti come testimonianza di un'epoca. 

La Sardegna è la discarica energetica d'Italia

Il caso Ichnusa non è un incidente isolato, è l'apripista di un'ondata di proporzioni inedite. Nel report Finalmente offshore, in Italia sono stati presentati complessivamente novantatré progetti eolici offshore per settantaquattro gigawatt di capacità installata, distribuiti nelle acque di dieci regioni. Sulla sola Sardegna pendono ventiquattro progetti già depositati, e tradotte in megawatt le richieste di connessione inoltrate a Terna fanno della provincia del Sud Sardegna la seconda d'Italia con 9,5 gigawatt richiesti, alle spalle soltanto di Trapani con 11,2. Significa, in termini concreti, che se anche solo la metà di questi progetti dovesse arrivare al traguardo autorizzativo, il mare sardo si trasformerebbe in una sterminata piattaforma industriale galleggiante, perdendo per sempre la sua caratteristica più preziosa: l'orizzonte intatto.

Le altre minacce già in pista o in fase avanzata di approvazione

Davanti al Pan di Zucchero, Masua e Iglesias sarebbero allo studio ulteriori settantasette pale da oltre 300 metri che si sommerebbero al progetto Ichnusa; al largo di Tharros, l'area archeologica fenicio-romana della Sardegna occidentale, sono in valutazione altri impianti offshore; a Saccargia, davanti alla chiesa romanica simbolo dell'isola, sono già spuntate pale eoliche terrestri. 

Fuori dalla Sardegna, lo stesso schema si replica con il gemello siciliano di Ichnusa al largo di Marsala, ventuno turbine da dodici megawatt per duecentocinquanta megawatt complessivi, e con il colossale progetto Rospo Offshore da 1.005 megawatt previsto nel Golfo di Manfredonia.

Le briciole del lavoro, la perdita del turismo

I proponenti agitano con insistenza la cifra di 3.500 posti di lavoro regionali in fase di costruzione, un numero che nei comunicati assume i contorni di una promessa salvifica per un territorio storicamente segnato dalla disoccupazione. 

Letto da vicino, però, quel dato perde gran parte del suo splendore, 

si tratta di occupazione esplicitamente temporanea, concentrata in pochi anni di cantiere, prevalentemente specialistica e dunque destinata in buona parte a maestranze importate dai poli cantieristici di Augusta e Taranto o dai partner industriali nordeuropei che detengono il know-how delle fondazioni galleggianti.

Sull'altro piatto della bilancia c'è invece l'industria turistica del Sulcis-Iglesiente, fondata interamente sulla bellezza incontaminata di Masua, Nebida, Carloforte e Porto Flavia: un turismo balneare, sportivo, culturale e mineralogico che dà lavoro stabile, tutto l'anno, a migliaia di famiglie e che con quarantadue pale alte 285 metri piantate all'orizzonte rischia di subire un colpo difficilmente recuperabile nel medio periodo.  

Nessuno ha calcolato, nei fascicoli ministeriali, quante prenotazioni potrebbero perdersi quando la cartolina del Pan di Zucchero al tramonto avrà come sfondo non più il mare aperto ma una fila ordinata di rotori da 255 metri di diametro.

Il paradosso italiano

Tempi raddoppiati ovunque, tranne dove serve devastare la Sardegna.Il dato finale, forse il più beffardo, riguarda la velocità dell'iter. 

Mentre la Valutazione di Impatto Ambientale che per legge dovrebbe chiudersi in 175 giorni ne richiede in media 340 secondo i dati raccolti da Legambiente su ventiquattro procedimenti analoghi, mentre il Decreto Aree Idonee giace impantanato davanti al Consiglio di Stato, mentre interi territori italiani aspettano da anni risposte autorizzative per semplici impianti agri fotovoltaici di piccola taglia, il progetto Ichnusa Wind Power ha bruciato tutte le tappe.

È una velocità che in Italia, di solito, si vede solo quando sul tavolo si trovano contemporaneamente grandi fondi internazionali, capitoli di spesa del PNRR e player di sistema del calibro di Eni. Una velocità che, applicata alla devastazione di un orizzonte millenario, suona come la conferma definitiva di quale sia, oggi, il vero ordine delle priorità italiane: la fretta è di chi deve costruire, mai di chi deve tutelare.

La domanda che la Sardegna pone all'Italia

Quella che si combatte tra Pan di Zucchero e Carloforte non è una battaglia contro le rinnovabili, come pure i fautori dell'opera vorrebbero far credere, riducendo ogni dissenso a oscurantismo negazionista. 

È, semmai, una battaglia contro un modello coloniale dell'energia: si decide a Roma, si finanzia a Copenaghen, si costruisce a Taranto, si devasta in Sardegna. 

Le tappe del processo decisionale escludono sistematicamente i territori che dell'opera subiranno l'impatto, e le ricadute economiche tornano in larga parte ai capitali stranieri che hanno messo a disposizione i fondi.

L'isola produce già più energia di quanta ne consumi, ed esporta da decenni il proprio surplus verso il continente attraverso i cavi del Sapei e del Sacoi. 

Eppure è proprio qui, davanti ai faraglioni millenari e alle coste minerarie del Sulcis, che si vuole piantare la più grande foresta d'acciaio galleggiante del Mediterraneo. 

La domanda finale, quella che i sindaci del Sulcis ripetono da mesi senza trovare risposta, è di una semplicità disarmante: se l'eolico offshore è davvero il futuro pulito e desiderabile che ci viene raccontato, perché non lo si pianta allora davanti a Civitavecchia, a Ostia, a Viareggio, a Rimini, a Portofino? La risposta – sussurrata negli atti, urlata dai sindaci, ignorata dai ministeri – è altrettanto semplice e altrettanto antica: perché la Sardegna, per troppi nelle stanze che contano a Roma, continua a essere una terra di conquista. 

Un'isola dove si può ancora firmare, in silenzio e in fretta, la condanna a morte di un orizzonte millenario.

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