Mafia dei pascoli, dalle montagne di Sicilia all’Abruzzo: il denaro dei pascoli, le intimidazioni, l’ombra sul Parco

Pubblicato il 22 giugno 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Dai Nebrodi alle aree interne abruzzesi, il meccanismo resta lo stesso: terra, fondi europei, prestanome, pressione sugli allevatori. Nel Parco nazionale d’Abruzzo i fatti ufficiali parlano di lupi avvelenati e indagini; il legame con la mafia dei pascoli, per ora, resta una pista investigativa raccontata dalla stampa.

All’inizio c’erano le montagne, i terreni marginali, i pascoli che sembravano valere poco. Poi qualcuno ha capito che proprio lì passava un fiume di denaro pubblico: i contributi agricoli europei.   Nasce così la formula - mafia dei pascoli - diventata celebre nei Nebrodi, in Sicilia, per descrivere un sistema che usa affitti a prezzi irrisori, prestanome, aziende di carta e domande sui fondi AGEA - Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura e PAC - Politica Agricola Comune - per trasformare la terra in rendita criminale. 

La definizione non è solo giornalistica: in un documento della Camera dei Deputati l’area dei Nebrodi e di Tortorici viene descritta come contesto di mafia rurale.

Il laboratorio siciliano: i Nebrodi

Nei Nebrodi il sistema è stato raccontato con precisione da atti parlamentari e inchieste. Il meccanismo, in sintesi, era semplice solo in apparenza: prendere in affitto o controllare terreni, spesso intestati a soggetti inconsapevoli, deceduti o lontani; usare quelle particelle come titolo per chiedere contributi; schermare tutto con prestanome e società formalmente pulite. 

Secondo l’inchiesta di IrpiMedia, il processo di primo grado ha accertato 5,3 milioni di euro di fondi ottenuti illecitamente, con 90 condanne e circa 600 anni complessivi di pena. È in questo scenario che si collocano il Protocollo Antoci del 2015, l’attentato a Giuseppe Antoci del 2016 e l’ingresso di quel protocollo nel Codice antimafia nel 2017*. 

 *XVII Legislatura - XVII Legislatura - Documenti - Temi dell'Attività parlamentare

La svolta: non solo Sicilia

Per anni il racconto pubblico ha confinato questa vicenda all’isola. Ma non è più così. Un approfondimento di lavialibera avverte che i raggiri sui pascoli non riguardano una sola regione: oltre alla Sicilia, cita Lombardia, Piemonte, Lazio e Trentino. Il punto non è che esista ovunque la stessa organizzazione e il modello si replica. Cambiano i nomi, cambiano gli attori, ma restano gli stessi ingredienti: fondi europei, controllo dei terreni, burocrazia piegata a interessi privati e, sullo sfondo, la fragilità degli allevatori onesti. 

L’Abruzzo: dove la montagna diventa contesa

È in Abruzzo che la parola “mafia dei pascoli” smette di sembrare un eco siciliana e diventa materia d’inchiesta. Il Fatto Quotidiano ha raccontato di interdittive antimafia emesse nei confronti di quattro aziende zootecniche con sede tra L’Aquila e Pescara, richiamando collegamenti con organizzazioni mafiose campane e foggiane. L’articolo cita anche intimidazioni agli allevatori: minacce, incendi, animali avvelenati, morti sospette. IrpiMedia descrive un contesto in cui imprenditori provenienti da fuori regione si muovono sull’Appennino abruzzese attraverso prestanome locali e società collegate, con l’obiettivo finale non tanto di produrre, quanto di intercettare i soldi della PAC. 

Le terre alte e il sistema dei prestanome

Il cuore del problema sta qui: nei territori montani il pascolo non è solo una pratica antica, ma anche un titolo economico. Chi controlla i terreni controlla l’accesso ai contributi. Le inchieste giornalistiche sull’Abruzzo insistono proprio su questo: aziende formalmente regolari, sedi lontane, soci locali usati come schermo, titoli PAC caricati su terreni scarsamente utilizzati o contesi. In questo modo il pascolo diventa una leva finanziaria e la montagna, invece di essere presidio di economia reale, si trasforma in spazio da occupare. 

Transumanza: il nome dell’inchiesta

Nel settembre 2023 scatta l’operazione “Transumanza”, condotta dalla Guardia di finanza di Pescara e diretta dalla DDA dell’Aquila: secondo IrpiMedia coinvolge 75 soggetti ed enti. È uno dei passaggi che consolidano l’idea che in Abruzzo non si sia davanti a episodi isolati, ma a una struttura di interessi più ampia, capace di muoversi tra territori, comuni montani, usi civici e contributi agricoli. Anche qui, come nei Nebrodi, il denaro pubblico sembra essere il vero motore del sistema.

Il Parco nazionale d’Abruzzo: i fatti ufficiali

Poi c’è il Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. E qui bisogna separare con attenzione ciò che è certo da ciò che è soltanto ipotizzato. 

I comunicati ufficiali del Parco dicono che il 15 aprile 2026, ad Alfedena, sono stati trovati cinque lupi morti; parlano di possibili esche avvelenate, di sequestro penale del materiale rinvenuto, di indagini coordinate dalla Procura di Sulmona e di analisi affidate all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise. Nel successivo aggiornamento del 22 aprile, il totale sale a 18 lupi morti tra Alfedena, Pescasseroli, Bisegna e Barrea. Il Parco parla di “illegalità e criminalità”, ma non attribuisce pubblicamente quei fatti alla mafia dei pascoli. 

L’ombra sul Parco: la pista raccontata dalla stampa

Il passaggio più delicato arriva dopo. Un articolo de Il Germe, dell’11 maggio 2026, sostiene che prenda quota la pista investigativa della mafia dei pascoli dietro la strage di animali nel Parco. Il pezzo parla di 24 animali uccisi, di cui 21 lupi, e collega questa ipotesi a 20 mila ettari di terreni presi in affitto da diversi Comuni.  Terreni che potrebbero avere valore non solo agricolo ma anche finanziario, in quanto legati a indennizzi e fondi europei. 

È un punto importante, ma va detto con precisione: questa è una ricostruzione giornalistica di una possibile pista investigativa, non un’attribuzione ufficiale del Parco. 

La vera posta in gioco

La mafia dei pascoli non è soltanto una frode economica. È un modo di occupare i margini del Paese. 

Dove lo Stato controlla poco, dove la montagna si spopola, dove i terreni valgono poco per chi li abita ma molto per chi sa trasformarli in contributi, lì il pascolo diventa potere. 

Pertanto il filo che unisce i Nebrodi all’Abruzzo non è geografico: è strutturale. Da una parte ci sono allevatori, comunità, parchi, territori fragili. Dall’altra c’è un sistema che vede nella terra non un bene da custodire, ma una superficie da monetizzare. 

Confine tra crimine ambientale e economico

Oggi sappiamo con certezza che nei Nebrodi la mafia dei pascoli è stata un sistema ampiamente documentato. Sappiamo anche che in Abruzzo esistono inchieste, interdittive e ricostruzioni giornalistiche che indicano dinamiche analoghe. 

Nel Parco nazionale d’Abruzzo, invece, sappiamo che ci sono stati lupi morti, sospetti di avvelenamento con  un’indagine giudiziaria in corso. 

Non sappiamo ancora, almeno sulla base delle fonti ufficiali verificate, se quel sangue sulla neve porti davvero alla mafia dei pascoli. Ma sappiamo che quella pista oggi esiste nel racconto investigativo e che, se fosse confermata, significherebbe una cosa precisa :  il confine tra crimine ambientale e crimine economico, nelle montagne italiane, è diventato quasi invisibile. 

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