di Massimo Gervasi
C’è una frase che sempre più professionisti stanno ripetendo in questi giorni: “Ho lavorato, ho emesso fattura, ma quei soldi arriveranno davvero a me?”
Dal 15 giugno 2026 cambia infatti una regola che rischia di incidere in modo pesante sul rapporto tra professionisti e Pubblica Amministrazione.
Attenzione però, non stiamo parlando di una nuova tassa: parliamo di un meccanismo che permette alla PA di controllare prima se chi deve essere pagato ha debiti fiscali aperti e, in alcuni casi, usare direttamente quei soldi per coprirli.
Una novità che per molti significa una sola cosa: meno liquidità immediata e maggiore esposizione finanziaria.
Cosa cambia davvero?
Fino ad oggi il sistema dei controlli sui pagamenti pubblici esisteva già. Per i pagamenti sopra i 5.000 euro, la Pubblica Amministrazione verificava se il beneficiario aveva cartelle non regolarizzate.
Dal 15 giugno cambia il principio per una categoria specifica: professionisti e lavoratori autonomi.
Secondo le nuove regole, anche pagamenti inferiori ai 5.000 euro potranno essere sottoposti alla verifica preventiva della posizione fiscale.
Tradotto: hai svolto un incarico, hai emesso fattura, la PA deve pagarti, prima controlla se risultano debiti affidati alla riscossione.
Se emergono pendenze, il denaro potrebbe non arrivare interamente sul tuo conto.
Chi rischia di più?
Non soltanto grandi studi o consulenti.
La misura può toccare: avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti, consulenti, collaboratori esterni, professionisti che lavorano con enti pubblici e incarichi finanziati con fondi pubblici.
Ed è qui che nasce il punto più delicato. Perché una piccola partita IVA spesso vive di flussi di cassa molto stretti. Se un pagamento viene trattenuto nel momento in cui si aspettano quei soldi per stipendi, affitti, fornitori o imposte, il problema non è solo fiscale: diventa finanziario.
Come funziona in pratica
Scenario semplice. La PA deve liquidare 3.500 euro e durante il controllo emerge un debito iscritto a ruolo.
A quel punto, una parte o tutta la somma può essere destinata alla riscossione e il professionista riceve soltanto l’eventuale residuo.
E qui nasce una domanda che molti stanno facendo: perché aspettare il momento dell’incasso per recuperare il credito fiscale?
Le tre cose da fare prima della fattura
1. Controllare periodicamente la posizione presso Agenzia Entrate–Riscossione;
2. Verificare che eventuali rateizzazioni siano attive e regolari;
3. Conservare ricevute e quietanze: una banca dati non aggiornata può creare sospensioni e ritardi.
Il dibattito che si apre
Lo Stato sostiene che questo sistema serva a recuperare crediti senza aumentare le tasse. Molti professionisti però leggono la misura in modo diverso: non come lotta all’evasione ma come anticipazione forzata della riscossione direttamente sull’incasso del lavoro già svolto.
Il rischio è che il professionista corretto ma in difficoltà finanziaria venga trattato come il grande evasore e che il problema fiscale diventi immediatamente un problema di sopravvivenza economica.
Perché una domanda resta aperta: se uno Stato paga sempre più tardi e controlla sempre prima quanto tempo resta alle piccole partite IVA per restare in piedi?
Leggi anche: Non è più una cartella: ora il Fisco entra direttamente nel conto corrente
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