La narrazione del lupo cattivo: tra Ddl caccia e consenso politico

Pubblicato il 27 luglio 2026 alle ore 07:00

di Carlotta Degl'Innocenti

L’estate 2026 rischia di passare alla storia come quella della favola di Cappuccetto Rosso e della demonizzazione del lupo. I riflettori dei media sono puntati su un tema delicato, ma indubbiamente comodo per il Governo in vista della votazione sul Ddl Caccia e delle politiche 2027.

Ciò che la narrazione ufficiale tace, tuttavia, è la strage silenziosa che colpisce proprio la specie selvatica. Un esempio drammatico arriva dall’Abruzzo dove, all'interno del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, sono stati trovati morti ben 18 esemplari a causa di esche avvelenate.

Da quando il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha trasformato la gestione del lupo in una personale crociata europea — spingendo per il declassamento da specie "altamente protetta" a "protetta" — si è scatenata una vera e propria caccia alle streghe. Un clima alimentato da avvistamenti spesso fantasiosi di "bestie da 70 kg", quando per la specie del lupo appenninico superare i 35 chili è un miracolo.

L'obiettivo di fondo appare chiaro: sdoganare la necessità della doppietta a ogni costo, introducendo persino neologismi rassicuranti come "bioregolatore" al posto di cacciatore. Una forma di politically correct paragonabile all'uso di "operatore ecologico" per netturbino o "diversamente abile" per disabile.

L'apparato mediatico complice della narrazione ufficiale 

Sotto questa superficie si cela una precisa strategia politica: tutelare gli interessi delle lobby venatorie e mantenere le promesse elettorali in vista delle elezioni del 2027. A fare da cassa di risonanza interviene un apparato mediatico ben allineato, pronto a dare voce all'azienda agricola di turno, con allevamento allo stato brado che lamenta gli attacchi alle greggi. Con ogni probabilità, la solita realtà il cui titolare sostiene il sindaco di maggioranza, a sua volta pronto a restituire il favore alle categorie che lo garantiscono sul piano elettorale. La classica dinamica all'italiana.

Ciò che risulta inaccettabile è la complicità di una stampa che, assecondando questo impianto, rasenta il ridicolo. Il dovere deontologico del giornalismo imporrebbe la verifica delle fonti, il rigore e la ricerca dell'obiettività attraverso casomai il parere degli esperti. Al contrario, pur di rincorrere il clickbaiting e compiacere la politica, le notizie vengono confezionate in fretta, farcite di dettagli sensazionalistici e lanciate in rete. Il risultato sono titoli allarmistici che instillano sistematicamente la paura nell'opinione pubblica.

Dopo la stagione dedicata agli orsi, quest'anno il bersaglio è diventato il lupo. Nel giro di pochi giorni, due episodi coordinati sul piano mediatico hanno fatto leva sulle paure ancestrali e archetipiche della collettività, evitando con cura qualsiasi analisi seria sulla reale problematica dell'antropizzazione degli ambienti naturali.

I due casi emblematici

Il primo episodio si è verificato in Umbria, dove un lupo solitario è stato avvistato più volte nei pressi di un centro montano a ridosso dei boschi. L’esemplare, ripreso dalle telecamere di sicurezza, si sarebbe avvicinato a una festa di paese tentando, secondo le prime ricostruzioni, di azzannare una bambina di quattro anni. I quotidiani hanno titolato compatti: "Lupo attacca bambina di 4 anni", offrendo una versione dei fatti palesemente debole anche agli occhi dei non esperti. Nonostante le incongruenze, per l'animale è scattata l'ordinanza comunale di abbattimento. La realtà emersa successivamente ha raccontato tutt'altro: la bambina, rimasta momentaneamente incustodita nei pressi di un albero, ai margini della festa aveva in mano un gelato. Con molte probabilità, il lupo si  sarebbe semplicemente avvicinato per sottrarre il gelato. Nessun morso, nessun graffio, solo un grande spavento.

La medesima dinamica si è ripetuta poco dopo a Camaiore, in Toscana. In questo caso, ad allertare i media è stata una famiglia residente in una casa non recintata ai margini del bosco, sostenendo che un lupo di 70 chili avesse insidiato una bimba di due anni in giardino. La notizia è stata smentita l'indomani dalle stesse autorità: nessun bambino si trovava all'esterno, nessun attacco ha avuto luogo e non vi è stato alcun "cane eroe" a difendere la piccola. La tragedia ha riguardato unicamente il cane di casa che, reagendo d'istinto al rumore della fauna selvatica, si è spinto verso il bosco trovando la morte nel confronto. Gli stessi commenti hanno da subito evidenziato le incongruenze, anche grottesche, come quella del peso dell'animale. "Il lupo arrivato dal Wyoming", riferendosi alla stazza del lupo italiano, ben più piccolo e più esile di un lupo nordamericano. 

Un filone narrativo iniziato già a maggio con la diffusione della notizia sulla tragica morte di Otto, il vecchio bassotto del giornalista Michele Serra, predato da un branco di lupi in Val Tidone, al confine tra Emilia-Romagna e Lombardia. Anche in questo caso, venne fatto presente come l'animale domestico anziano fosse stato lasciato all'esterno da solo, in un'area dove i selvatici sono di casa. Insomma è come andare a rubare a casa del ladro. Più che dare la colpa al lupo, era responsabilità del proprietario mettere in sicurezza l'animale. Così come nelle campagne, le galline vanno chiuse nei pollai per evitare che finiscono come pasto per le volpi o le faine. 

In una recente intervista, il Prof. Luigi Boitani — Professore emerito di Zoologia e Biologia presso la Sapienza Università di Roma, Presidente del LCIE (Large Carnivore Initiative for Europe) e tra i massimi esperti di lupi a livello internazionale — ha smentito nettamente la narrazione allarmistica di questi mesi. Boitani ha ricordato come negli ultimi cento anni non si sia mai registrato un solo attacco documentato di un lupo nei confronti dell'uomo, liquidando le ricostruzioni allarmiste per ciò che sono realmente: una rivisitazione moderna della favola di Cappuccetto Rosso.

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