Arezzo si ferma, la storia corre in piazza grande: Sant’Andrea vince la 150ª Giostra del Saracino

Pubblicato il 7 settembre 2026 alle ore 12:02

di Massimo Gervasi

Una città intera con il fiato sospeso, il rullo dei tamburi, le chiarine, i colori dei Quartieri e poi il galoppo sulla lizza. Porta Sant’Andrea conquista la Lancia d’Oro, firma uno storico cappotto e raggiunge Santo Spirito in testa all’albo d’oro.

La Giostra del Saracino è molto più di una gara: è uno di quei rari momenti nei quali Arezzo sembra ricordarsi tutta insieme chi è. Ci sono giorni in cui Arezzo è una città e giorni in cui Arezzo diventa la sua storia. Domenica 6 settembre è accaduto ancora.
Per qualche ora il traffico, gli impegni, i telefoni e quella frenesia quotidiana che riesce a inseguirci praticamente ovunque hanno lasciato spazio al suono dei tamburi, alle chiarine, alle bandiere, ai cavalli, ai costumi e soprattutto a quella straordinaria partecipazione popolare che trasforma la Giostra del Saracino da manifestazione storica a rito collettivo.

La 150esima edizione della Giostra del Saracino

Questa non era una Giostra qualsiasi: era la numero 150. Fin dalle sette del mattino, con il primo colpo di mortaio, Arezzo aveva cominciato a vivere la sua giornata speciale. Alle 11 il Bando dell'Araldo per le strade del centro, poi la benedizione dei giostratori nei rispettivi luoghi di culto, il raduno dei figuranti, la benedizione in Piazza del Duomo e infine il grande corteo storico diretto verso Piazza Grande. Un cerimoniale che coinvolge circa 350 figuranti, musici, sbandieratori e cavalieri e che trasforma per ore il centro storico in un enorme palcoscenico.

Poi Piazza Grande. Ed è difficile raccontarla a chi non l'ha mai vissuta. Bisogna esserci quando entrano gli Sbandieratori, quando risuonano i tamburi contro le facciate antiche dei palazzi, quando arrivano i Quartieri e improvvisamente non esistono più semplicemente gli aretini: esistono Crucifera, Sant'Andrea, Santo Spirito e Porta del Foro.
Per celebrare la 150ª edizione, perfino i 51 Musici hanno composto sulla lizza il numero “150”. Alle 17 il quinto colpo di mortaio ha annunciato l'inizio della cerimonia, quindi l'ingresso dell'Araldo, delle dame, dei paggi, della Magistratura e dei Rettori. Poco dopo è arrivata in Piazza la protagonista silenziosa di ogni Giostra: la Lancia d'Oro.

Storia della Giostra del Saracino

Quella di ieri portava con sé sette secoli e mezzo di storia. Era infatti dedicata ai 750 anni dal Conclave di Arezzo del 1276, considerato il primo conclave della storia pontificia celebrato secondo le nuove regole introdotte da Gregorio X. Il Papa morì ad Arezzo il 10 gennaio 1276, mentre rientrava dal Concilio di Lione. Il 21 e 22 gennaio, nella chiesa di San Domenico, tredici cardinali vennero riuniti in clausura e, senza contatti con l'esterno, elessero Pietro di Tarantasia, che divenne Papa Innocenzo V. Le regole derivavano dalla costituzione Ubi Periculum, voluta proprio da Gregorio X per impedire che le elezioni pontificie si trascinassero interminabilmente. Per questo Arezzo occupa una pagina particolare anche nella storia della Chiesa.
La Lancia d'Oro che ricordava quell'evento è stata realizzata dal maestro intagliatore Francesco Conti, sul progetto di Sonia Pierallini.
Poi la storia ha lasciato spazio alla sfida ed è cominciata la Giostra vera.

Il torneo 2026

Ad aprire le carriere è stato Elia Cicerchia per Porta Santo Spirito. Una partenza praticamente perfetta: centro, 5 punti. Subito pressione sugli avversari. Per Porta del Foro parte Francesco Rossi: colpisce il 4, ma arriva una penalizzazione di un punto per essere stato toccato volontariamente da un figurante del proprio Quartiere, Giulio Vedovini. Il 4 diventa quindi 3.
Poi tocca a Sant'Andrea. Tommaso Marmorini marca 4. Chiude la prima tornata Matteo Bruni per Porta Crucifera: ancora 4. Dopo le prime quattro carriere la situazione è apertissima: Santo Spirito 5, Sant'Andrea 4, Crucifera 4, Porta del Foro 3.
Ed è nella seconda tornata che Piazza Grande cambia volto: Gianmaria Scortecci per Santo Spirito trova soltanto il 2,  la Colombina chiude a 7; Giulio Vedovini per Porta del Foro reagisce con un 5, portando il Quartiere a 8.
Poi arriva Saverio Montini: parte per Porta Sant'Andrea, galoppo, lancia abbassata, buratto, cinque, il centro. Sant'Andrea vola a 9 punti.

A quel punto Santo Spirito e Porta del Foro sono matematicamente fuori. Rimane una sola possibilità: Porta Crucifera. Gianmatteo Marmorini deve tenere vivo il sogno rossoverde, ma la sua lancia si ferma sul 4. Crucifera arriva a 8.

È finita: Porta Sant'Andrea ha vinto la 150ª Giostra del Saracino.

La vittoria di Porta Sant'Andrea

Niente spareggi. Nove punti e Lancia d'Oro biancoverde. Ma dietro quei nove punti c'è molto di più. Sant'Andrea aveva già conquistato la Giostra di giugno e con quella di settembre realizza il cappotto, cioè la vittoria di entrambe le Giostre ordinarie dello stesso anno. Ai biancoverdi non accadeva dal 1994: trentadue anni.
E c'è un altro numero che rende questa vittoria ancora più pesante: 41.
Con la Lancia conquistata ieri Porta Sant'Andrea raggiunge infatti 41 vittorie complessive, agganciando Porta Santo Spirito al vertice dell'albo d'oro. Seguono Porta Crucifera a 39 e Porta del Foro a 28.
Ma fermarsi ai numeri sarebbe quasi fare un torto alla Giostra.

Un rito, una tradizione che coinvolge l'intera comunità

Perché la vera bellezza di ciò che accade ad Arezzo due volte l'anno non entra in una classifica.
È nei bambini vestiti con i colori del Quartiere. Nei nonni che raccontano Giostre di quarant'anni prima come se fossero successe la settimana scorsa. Nelle bandiere alle finestre. Nelle cene propiziatorie. Nelle discussioni infinite sui giostratori, sui cavalli, sul tabellone e su quel punto che “era sicuramente un cinque” anche quando mezzo mondo sostiene il contrario.
È nel silenzio irreale che precede una carriera e nell'esplosione della Piazza un secondo dopo.
È nell'Inno della Giostra, Terra d'Arezzo, quando una piazza intera sembra avere una voce sola.
È nella rivalità, certamente, perché senza rivalità non sarebbe la Giostra. Ma è soprattutto nell'appartenenza. Piazza Grande era sold out, mentre le vie del centro erano affollate da aretini e visitatori. E forse proprio guardando quella folla si comprende perché la Giostra resista al tempo.

Non è una rappresentazione preparata per i turisti. I turisti sono benvenuti, la fotografano, la ammirano e magari ne rimangono affascinati.

Ma la Giostra esisterebbe anche senza di loro, perché gli aretini la fanno prima di tutto per se stessi. Questo è probabilmente il suo segreto. Per un giorno una città moderna torna a parlare attraverso simboli antichi. Il quartiere torna ad essere comunità. Una bandiera non è soltanto un pezzo di stoffa. Un cavaliere non corre soltanto contro un fantoccio. E una lancia di legno intagliato può diventare un oggetto desiderato per mesi da migliaia di persone.
Razionalmente è quasi inspiegabile. Ed è proprio per questo che è bellissimo.
Quando alla fine i colori biancoverdi hanno invaso la festa e la Lancia d'Oro ha preso la strada di Porta Sant'Andrea, si è chiusa la 150ª Giostra. Ma soltanto sui registri.
Perché una Giostra del Saracino non termina con l'ultima carriera. Continua nelle strade, nelle sedi dei Quartieri, nelle fotografie, nei racconti, negli sfottò agli amici e nella memoria di chi c'era. Fino a quando, tra qualche mese, torneranno i tamburi e qualcuno ricomincerà inevitabilmente a fare calcoli, pronostici e scongiuri.
E Arezzo tornerà ancora una volta a fermarsi. Perché si può abitare ad Arezzo tutto l'anno. Ma in certi giorni, Arezzo bisogna viverla.

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