di Rita Bruno
La storia dei gatti in Nuova Zelanda inizia nel 1769, con il loro arrivo a bordo delle navi europee. In pochi decenni, questi animali si sono adattati all'ambiente locale, inselvatichendosi e diventando una minaccia per le specie endemiche.
Per gran parte del Novecento, gli interventi sono stati frammentati e circoscritti a isole minori, come i successi registrati tra il 1977 e il 1980 a Little Barrier. Solo nel 2016, con il lancio del piano "Predator Free 2050", il governo ha elevato la protezione della fauna a priorità nazionale, mirando a eliminare i predatori invasivi su vasta scala.
2025: verso l'eradicazione dei felini
Il dibattito ha subito un'accelerazione decisiva nel 2025. Nel novembre dello stesso anno, il governo ha ufficialmente incluso i gatti selvatici tra i target primari del piano "Predator Free 2050". Questa mossa ha permesso di superare le resistenze del passato, tracciando un confine legislativo netto tra il gatto domestico, tutelato e protetto, e quello selvatico, classificato ora come una minaccia biologica su scala nazionale.
Perché proprio ora? Il fattore Toxoplasmosi
L'accelerazione di queste politiche non è casuale. È guidata da una crescente evidenza scientifica che lega la proliferazione dei gatti selvatici alla diffusione della toxoplasmosi. Questa parassitosi non rappresenta solo un pericolo mortale per le specie aviarie endemiche, ma colpisce gravemente anche il bestiame nazionale e la fauna marina, causando danni ecologici ed economici ingenti.
La constatazione che, in assenza di una legge nazionale chiara, i progetti di controllo locali risultavano inefficaci, ha spinto il governo ad agire con decisione.
Un ecosistema sotto assedio
La Nuova Zelanda è un paradiso naturale unico al mondo e vuole rimanerlo. Le oltre 200 specie di uccelli nativi non hanno predatori naturali. Il loro unico nemico è il gatto, introdotto dall'uomo nell'800. Lo Stato oggi distingue nettamente tre categorie: domestici, randagi e selvatici. Sono questi ultimi a minacciare l'estinzione non solo dei volatili, ma anche di rane e pipistrelli autoctoni.
Un'emergenza nazionale dai numeri complessi
Il governo definisce la situazione come un'emergenza nazionale, pur ammettendo la difficoltà nel censimento. Le stime sulla popolazione di gatti selvatici oscillano tra i 2 milioni e mezzo e i 14 milioni di esemplari. Il piano d'azione mira all'eradicazione definitiva nelle zone selvatiche, una sfida logistica monumentale.
Il confine tra gatto di casa e predatore
È doveroso chiarire che il programma non ha come target i gatti domestici. Le strategie si concentrano esclusivamente sui gatti selvatici - feral cats. Tuttavia, la pressione dei predatori spinge le autorità a promuovere normative locali rigorose, come l'obbligo di microchip e restrizioni negli spostamenti notturni. Proprio per proteggere un ecosistema che, privo di predatori terrestri prima dell'arrivo dell'uomo, rischia oggi il collasso.
Doverosa una nota sulle procedure. Sebbene la stampa parla di sterminio, il governo inquadra queste operazioni sotto il Ministero della Conservazione come atto di difesa della biodiversità. Tutte le tecniche impiegate rispettano rigorosamente l'Animal Welfare Act del 1999, che impone standard minimi di umanità e di etica nei metodi di abbattimento, vietando pratiche crudeli e non necessarie.
Il quadro internazionale: dalla Francia alle isole oceaniche
Mentre la Nuova Zelanda adotta una linea radicale, strategie simili, mosse dal principio di tutela ambientale, si registrano anche altrove. In Francia, ad esempio, i sindaci gestiscono i randagi tramite programmi di sterilizzazione - École du Chat - ma nelle zone rurali e nei parchi naturali regionali la pressione sulla fauna spinge le autorità a catturare gli esemplari non identificati: se non reclamati o giudicati non socializzabili nei canili municipali (fourrières), trascorsi i termini di legge, rischiano l'eutanasia. Ancora più estreme sono le politiche applicate nelle isole oceaniche dalle Hawaii alle Galapagos, fino ai territori d'oltremare francesi, dove la presenza anche di poche decine di gatti può decretare l'estinzione irreversibile di specie uniche che nidificano a terra.
In Italia? Un modello normativo protetto
A differenza della Francia e dei contesti insulari, l'Italia risponde a logiche giuridiche e culturali radicalmente differenti. Nel nostro Paese la Legge 281/1991 vieta categoricamente qualsiasi forma di soppressione o abbattimento dei gatti randagi, tutelando per legge le colonie feline e imponendo il controllo basato unicamente sulla sterilizzazione T.N.R. - Trap-Neuter-Return - e sul ritorno degli animali sul territorio. Una barriera legislativa che impedisce l'applicazione di politiche di eradicazione o caccia selettiva sul suolo nazionale.
La deriva tecnocratica e la fragile resistenza italiana
Mentre altrove il dibattito è sottomesso a logiche di Stato, in Paesi come la Nuova Zelanda e l'Australia la caccia selettiva è diventata una misura sistematica. Dietro questa patina ecologica emerge con forza una realtà profondamente inquietante.
L'accettazione passiva di interventi sempre più imponenti segna una pericolosa rottura con i valori etici di una società libera, configurandosi come l'ennesimo tassello di un disegno tecnocratico globale. Un sistema di direttive calate dall'alto che mira a esercitare un controllo pervasivo sulla vita e sui territori, trasformando la gestione ambientale in un esercizio di potere.
Italia più tutele per le specie?
In questo scenario, la fortuna dell'Italia risiede nel fatto che le associazioni animaliste hanno ancora voce in capitolo nel nostro sistema. Riescono a far valere la propria forza grazie a dimostrazioni documentabili e a un impianto di tutela consolidato.
Tuttavia si tratta di un equilibrio sempre più fragile, continuamente sottoposto a pressioni e compromessi, dove la difesa dei diritti rischia ogni giorno di dover lottare contro l'avanzata inesorabile di logiche burocratiche superiori come l'attacco indiscriminato delle specie considerate invase, a cominciare dalla ormai nota e drammatica strage dell'Ibis sacro, rimbalzata alla cronaca questa estate.
Leggi anche: Tra normativa UE e parere a sfavore di ISPRA, la Regione Toscana apre la caccia all'ibis sacro senza limiti
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