Allattare in pubblico in Italia: senza legge, senza tutela, senza normalità

Pubblicato il 7 settembre 2026 alle ore 07:00

di Rita Bruno

Il Paese che non vieta ma non protegge: il 31% delle mamme subisce discriminazioni, il disegno di legge sulle aree attrezzate è fermo, i tassi di allattamento crollano al Sud.

Laddove in Francia il collettivo J'ai faim, je mange (ho fame, mangio) raccoglie firme per introdurre un reato di ostacolo all'allattamento, in Italia la situazione è paradossale: non esiste alcuna legge che vieti di allattare in pubblico ma non esiste nemmeno una legge che punisce chi caccia una madre da un bar o le chiede di coprirsi. 

Un vuoto normativo che si traduce in un vuoto culturale, con conseguenze misurabili : secondo un sondaggio citato dal MAMI, il Movimento Allattamento Materno Italiano, il 31% delle donne italiane subisce offese, discriminazioni o si sente a disagio mentre allatta in un luogo pubblico.

Madri cacciate per allattare in pubblico

Gli episodi non sono isolati. Nell'aprile 2007 una giovane mamma romana viene cacciata a male parole da un bar perché stava allattando, un caso finito sulle cronache nazionali e citato ancora oggi dall'Istituto Superiore di Sanità ISS Epicentro. 

Mentre nel 2017, a Palermo, Giusy Tempesta, è una mamma in piena sessione fotografica per una campagna di sensibilizzazione. L'autista di un tram le chiede di coprirsi con un lenzuolino, per evitare che l'atto non fosse accettato da alcuni passeggeri. L'episodio è particolarmente significativo perché accadeva proprio durante la campagna nazionale #ovunquelodesideri, pensata per normalizzare quel gesto. In una nota, lo stesso MAMI sottolineò che, per fortuna, l'autista del tram palermitano usò tono gentile e non offensivo.

A Biella, invece ci fu il caso di Francesca Castelli, una madre cacciata da un locale mentre allattava. La vicenda innescò il primo flash mob nazionale.

Evidentemente, allattare in pubblico non è ancora percepito come un gesto naturale. Come ha commentato la fotografa Chiara Caponnetto, l'unico commento che quel gesto dovrebbe suscitare è un sorriso di tenerezza.

Tutto permesso, nulla è tutelato

L'Italia si distingue per una grave mancanza normativa: non c'è una norma specifica sull'allattamento nei luoghi pubblici. Il Ministero della Salute, in un opuscolo dedicato, sostiene che le madri dovrebbero poter allattare ovunque. Numerosi decreti e direttive si rifanno ai documenti dell'OMS per promuovere e proteggere la pratica. Ma si tratta di raccomandazioni, non di sanzioni. Tradotto in pratica,  se il gestore di un ristorante chiede a una donna di allattare in bagno, non commette alcun illecito penalmente perseguibile.

Contrasto con altri paesi

Negli USA, nella maggior parte degli Stati esistono leggi specifiche che tutelano l'allattamento in pubblico. In Scozia, il Breastfeeding etc Scotland Act 2005 punisce chi impedisce o tenta di impedire l'allattamento in un luogo pubblico. 

Come osserva Adriano Cattaneo, già ricercatore all'IRCCS Burlo Garofolo di Trieste, Ospedale delle mamme e dei bambini, ci sono ancora alcuni Paesi che hanno dovuto emettere leggi specifiche per permettere l'allattamento in pubblico e punire chi vorrebbe impedirlo. L'Italia, finora, non è tra questi.

Il DDL Furfaro del 2025: la Camera prova a rispondere

Il disegno di legge del senatore Mautone del 2020 che proponeva aree attrezzate e sanzioni di cinquecento euro non è stato approvato. Ma il tema non è rimasto fermo. Il 16 gennaio 2025 è stata presentata alla Camera la proposta di legge n. 2764, a prima firma del deputato del Partito Democratico Marco Furfaro, che punta a costruire un sistema nazionale integrato di protezione, promozione e sostegno dell'allattamento. 

Il testo, coperto finanziariamente con cinquecento milioni di euro l'anno a partire dal 2026, prevede di reperire le risorse riducendo i cosiddetti "sussidi ambientalmente dannosi". L'articolo 3 sancisce un principio apparentemente scontato ma mai codificato: ogni madre ha il diritto di allattare il proprio figlio in qualsiasi luogo pubblico o privato senza essere discriminata o allontanata. Un'affermazione che intende mettere fine agli episodi di allontanamento da negozi, mezzi di trasporto e uffici pubblici, rendendo esplicito un diritto già desumibile dalle leggi generali ma mai scritto in modo specifico.

Tra gli altri punti, l'articolo 4 impone invece formazione obbligatoria sull'allattamento per pediatri, ostetriche e operatori sanitari. L'articolo 5 obbliga ogni ospedale con neonatologia a dotarsi di una banca del latte umano donato. L'articolo 9 impone aree attrezzate in centri commerciali, aeroporti, stazioni e strutture sanitarie, con multe fino a mille euro per chi non si adegua entro i termini. 

L'articolo 8 invece introduce una misura inedita: il congedo del padre per sostegno alla madre in caso di difficoltà di allattamento, trenta giorni retribuiti al cento per cento, estesi anche ai lavoratori autonomi.

Il DDL Furfaro, più ampio e strutturato del testo Mautone del 2020, al momento in attesa di esame in commissione, rappresenta il primo tentativo serio di tradurre in norma ciò che i movimenti di mamme chiedono da anni.

Un Paese che inizia bene e smette presto

I dati dell'Istituto Superiore di Sanità raccontano un'Italia che inizia bene ma crolla in fretta. Dai risultati dell'indagine 2022 del Sistema di Sorveglianza Bambini 0-2 anni emerge che il 46,7% dei bambini di due-tre mesi è allattato in modo esclusivo, con variazioni marcatissime che vanno dal 29,6% della Sicilia al 62,5% della Provincia Autonoma di Trento.  

L'allattamento esclusivo a 4/5 mesi scende drasticamente, oscillando tra il 13,5% della Sicilia e il 43,2% di Trento e Friuli-Venezia Giulia. A dodici-quindici mesi, la quota di bambini che riceve ancora latte materno varia tra il 24,8% in Campania e il 46,2% nelle Marche. Il 13% dei bambini non è mai stato allattato, con punte del 17,2% in Sicilia ISS - Istituto Superiore di Sanità  Epicentro. Il divario Nord-Sud è marcato e costante. Le regioni meridionali presentano sistematicamente i tassi più bassi di avvio, esclusività e durata dell'allattamento. 

Un dato che si intreccia con fattori socioeconomici, culturali e di accesso ai servizi di supporto.

Il movimento italiano fra foto, flash mob e petizioni

Le iniziative di sensibilizzazione non sono mancate. Nel 2017 MAMI e AIFB, l'Associazione Italiana Fotografi di Bambini, hanno organizzato sessioni fotografiche gratuite in tredici città, con mamme che allattano in contesti pubblici. Una formula che ricorda da vicino le foto collettive del movimento francese. Il movimento francese J'ai faim, je mange, nato nello stesso periodo, ha però raggiunto una scala diversa.

Oltre ottanta città in quattro paesi europei, più di millecinquecento famiglie coinvolte nel 2023, e ora la spinta verso una riforma legislativa concreta. In Italia, l'energia del 2017 sembra essersi affievolita, tra foto testimonianza, flash mob nazionale e petizione #ovunquelodesideri, non ha tradotto la mobilitazione in un risultato normativo.

Un seno sessualizzato, un biberon normalizzato

Come spiega l'Istituto Superiore di Sanità, il problema affonda le radici in un processo culturale di lungo periodo. Nell' ultimo secolo il seno femminile è stato progressivamente rappresentato come mero oggetto sessuale, perdendo nell'immaginario collettivo la sua funzione nutritiva ISS Epicentro. Nei fatti, i bambini italiani crescono con poche occasioni di vedere lattanti allattati al seno, mentre il biberon  rafforzato da televisione, cinema e pubblicità, diventa lo strumento percepito come normale per nutrire un bambino.

Paola Negri, consulente in allattamento IBCLC -International Board Certified Lactation Consultants e vicepresidente di IBFAN Italia - International Baby Food Action Network, lo sintetizza con parole nette: "Con l'avvento dei sostituti del latte materno, le donne hanno smesso di pensare all'allattamento come a qualcosa di naturale, semplice, sano e spontaneo.  La scelta di dare il seno al proprio figlio non è supportata né dalla società in generale, né dalle istituzioni preposte. L'allattamento prolungato oltre l'anno, raccomandato dall'OMS fino ai due anni e oltre, suscita poi reazioni ancora più aspre, spesso liquidate come vezzo o narcisismo materno".

Due vuoti, due risposte diverse

Italia e Francia condividono lo stesso vuoto.  Nessuna norma specifica che tuteli l'allattamento in pubblico. Ma le risposte stanno divergendo. La Francia ha una proposta di legge già depositata all'Assemblea Nazionale, con la multa di millecinquecento euro per chi impedisce l'allattamento, e una petizione nazionale promossa dal collettivo -J'ai faim, je mange -. 

L'Italia ha un disegno di legge fermo in commissione alla Camera, centrato sugli spazi e non sulle sanzioni dirette contro la discriminazione con una mobilitazione civile che non è riuscita a tradursi in legge.

La differenza è anche di narrazione

In Francia, il movimento ha costruito un'immagine con foto collettive capace di attraversare i media e arrivare ai decisori, fino a coinvolgere ex presidenti della RepubblicaIn Italia, le iniziative del 2017 hanno avuto eco ma non continuità, e i casi di discriminazione continuano a emergere in modo episodico, senza un quadro sistematico di denuncia.

Cosa manca all'Italia

Per Paola Negri un cambiamento culturale è possibile solo intervenendo in ambito educativo, sanitario ed economico. L'elenco delle cose che mancano è lungo come leggi specifiche che sanzionino la discriminazione, spazi attrezzati come opzione e non come obbligo oltre alla formazione degli operatori sanitari, rimozione del biberon dalla pubblicità, educazione scolastica. 

Il primo passo, come suggerisce il confronto con la Francia, è rendere visibile ciò che si vuole normalizzare. Perché, come recita implicitamente il motto del movimento francese, non si tratta di esibizionismo, ma di restituire a un gesto naturale la sua banalità.

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