Italia fanalino di coda: 560 milioni di ore di cassa integrazione

Pubblicato il 7 settembre 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Ci raccontano da anni di un’Italia che cresce, riparte, corre, esporta e crea occupazione. Poi, come spesso accade, arrivano i numeri e hanno la pessima abitudine di rovinare la festa.

Nel 2025 in Italia sono state autorizzate circa 560 milioni di ore di cassa integrazione, per l’esattezza 559,9 milioni, oltre il 10% in più rispetto al 2024, quando erano state poco più di 507 milioni. Nel 2023 erano circa 409 milioni. Significa che nell’arco di appena due anni il monte ore autorizzato è cresciuto di oltre un terzo.
Un dato che va letto correttamente: 560 milioni sono le ore autorizzate, non quelle effettivamente utilizzate. L’INPS calcola infatti che nel 2025 il cosiddetto “tiraggio”, cioè il rapporto tra ore realmente utilizzate e quelle autorizzate, sia stato intorno al 28,7%. Ma anche con questa precisazione, indispensabile per evitare la solita ginnastica dei numeri a uso politico, resta una domanda piuttosto difficile da aggirare: perché le aziende italiane continuano ad avere bisogno di una quantità così enorme di ammortizzatori sociali?

Dove si concentra la Cassaintegrazione

La risposta diventa ancora meno rassicurante quando si guarda dove si concentra la cassa integrazione. Secondo il rapporto del Centro studi Lavoro&Welfare, nel 2025 la meccanica ha registrato un aumento delle ore autorizzate del 17%, la metallurgia del 20%, mentre trasporti e comunicazioni hanno segnato addirittura +124%. Ancora più significativo è l’aumento della cassa integrazione straordinaria, quella che normalmente accompagna crisi aziendali, ristrutturazioni, riorganizzazioni e situazioni ben più profonde di una temporanea mancanza di ordini.

Crollo della produzione industriale in Italia 

Forse il problema non è soltanto quante persone risultano formalmente occupate. Il problema è quanto produce il Paese, dove produce e per quanto tempo riuscirà ancora a produrre.
L’Istat ci dice che la produzione industriale italiana era già diminuita del 2% nel 2023 e addirittura del 4% nel 2024. Nel 2025 è arrivato un altro -0,2%. Tre anni consecutivi in cui l’apparato industriale, invece di svilupparsi, ha perso terreno. Qualche mese positivo non cambia la traiettoria di fondo. E gli ultimi dati disponibili non autorizzano grandi brindisi: a giugno 2026 la produzione industriale è diminuita dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% rispetto a giugno dell’anno precedente.
Anche il fatturato industriale a giugno 2026 è sceso dell’1% rispetto al mese precedente in valore e dello 0,7% in volume, con una contrazione sia sul mercato interno sia su quello estero. Nel frattempo i prezzi alla produzione dell’industria risultavano superiori del 5,8% rispetto a un anno prima. Tradotto dal meraviglioso linguaggio delle statistiche: produrre resta difficile, vendere non sempre è semplice e i costi continuano a pesare.

Crollo produzione automobilistica italiana

Il simbolo più evidente di questa fragilità resta probabilmente l’automotive. Nel 2025 la produzione dell’industria automobilistica italiana è scesa del 10,3%. Le sole autovetture prodotte in Italia sono state circa 238 mila, quasi il 20% in meno rispetto al 2024, mentre l'intera produzione di autoveicoli è scesa a circa 474 mila unità, anche qui con un crollo vicino al 20%. E parliamo di uno dei settori che per decenni ha rappresentato l’ossatura della manifattura italiana e di migliaia di imprese dell’indotto.
Si può continuare a discutere per settimane se la responsabilità sia della destra, della sinistra, dell’Europa, della transizione ecologica, della Cina, dei costi energetici, della burocrazia o delle cavallette, che prima o poi verranno certamente convocate anche loro. Ma il problema industriale italiano viene da lontano e attraversa governi di ogni colore. Ed è forse proprio questo il punto più scomodo.

L'Italia e la continua crisi 

L’Italia sembra aver imparato molto bene a gestire le crisi, molto meno a impedire che diventino strutturali. Cassa integrazione, bonus, incentivi, fondi straordinari, crediti d’imposta: strumenti spesso indispensabili per evitare licenziamenti e chiusure, ma che non possono sostituire una politica industriale. La cassa integrazione deve essere un ponte tra una difficoltà e una ripartenza. Se il ponte diventa lungo anni, forse dall’altra parte non abbiamo costruito nulla.

Manca un piano di rilancio industriale

Servono energia competitiva, investimenti, infrastrutture, meno burocrazia, accesso al credito per le imprese, formazione professionale e soprattutto una strategia che dica in quali settori l’Italia vuole essere protagonista tra dieci o vent'anni. Automotive, siderurgia, chimica, farmaceutica, microelettronica, intelligenza artificiale, meccanica avanzata: non basta pronunciarli nei convegni. Bisogna creare le condizioni perché convenga produrre qui invece che altrove.
Perché dietro 560 milioni di ore di cassa integrazione non ci sono soltanto statistiche. Ci sono fabbriche che rallentano, ordinativi che mancano, aziende che ristrutturano, lavoratori che rimangono a casa e famiglie che non sanno se quella sospensione sarà temporanea o l’anticamera di qualcosa di peggiore.
Possiamo anche continuare a raccontarci che l’Italia sta correndo. Ma forse, prima di discutere su chi debba prendersi il merito della ripresa, sarebbe opportuno controllare che le fabbriche abbiano ancora i motori accesi.

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