La politica unisce o divide? Quando ogni avversario diventa un "fascista"

Pubblicato il 27 luglio 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

Negli ultimi anni il dibattito politico italiano sembra aver smesso di confrontarsi sulle idee per concentrarsi sulle etichette.

Ogni provvedimento, ogni manifestazione, ogni dichiarazione finisce per trasformarsi in uno scontro tra "fascisti" e "antifascisti", "razzisti" e "buonisti", alimentando un clima di contrapposizione permanente.
La politica di oggi sa davvero di cosa parla quando richiama continuamente fascismo, comunismo, razzismo e le grandi ideologie del Novecento? Oppure questi termini sono diventati semplicemente strumenti retorici per colpire l'avversario, spesso svuotati del loro reale significato storico?
L'ultimo esempio arriva da Bologna. Dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell'ordine, il sindaco Matteo Lepore ha promosso una manifestazione istituzionale per chiedere verità e giustizia. Alla mobilitazione hanno partecipato migliaia di persone, ma una parte della protesta è degenerata in scontri con la polizia, riaprendo immediatamente lo scontro politico nazionale. Governo e opposizioni hanno letto gli stessi fatti in modo completamente diverso, riportando il confronto sul terreno delle accuse reciproche e delle contrapposizioni ideologiche.

E non è un caso isolato. Ogni episodio di cronaca, dalle manifestazioni di piazza ai temi dell'immigrazione, dalle polemiche sulle forze dell'ordine fino alle campagne elettorali, sembra diventare l'occasione per evocare fascismo, razzismo o derive autoritarie, mentre dall'altra parte si parla di strumentalizzazione politica e propaganda.

Il fascismo è ancora un pericolo concreto?

Il fascismo rappresenta oggi un pericolo concreto nella vita quotidiana degli italiani oppure il richiamo continuo a questo tema è diventato soprattutto un'arma di scontro politico? Questo non significa negare che esistano fenomeni di estremismo o episodi di discriminazione, che sono reali e documentati. Significa piuttosto chiedersi se l'utilizzo continuo di queste categorie nel dibattito pubblico finisca per esasperare le divisioni invece di favorire un confronto serio e costruttivo.
Perché ogni volta che si tira in ballo il fascismo, il comunismo o altre ideologie del passato, la domanda dovrebbe essere sempre la stessa: si sta davvero descrivendo una realtà oppure si sta cercando di delegittimare l'avversario senza entrare nel merito delle sue proposte?

La politica dovrebbe offrire soluzioni ai problemi dei cittadini: salari, sanità, sicurezza, imprese, tasse, giovani, pensioni e costo della vita. Eppure troppo spesso il dibattito si trasforma in una battaglia di slogan, dove l'obiettivo non è convincere l'avversario con argomenti migliori, ma renderlo impresentabile agli occhi dell'opinione pubblica.

Le ideologie usate come etichette 

Quando mancano argomenti, o quando rispondere nel merito diventa più difficile, il rischio è quello di rifugiarsi nelle etichette. Così il confronto sulle idee lascia spazio allo scontro tra tifoserie, dove ogni cittadino è chiamato a scegliere da che parte stare, anziché riflettere sui contenuti.
Così i cittadini finiscono per dividersi sempre di più, non tanto per differenze ideologiche profonde, quanto perché la politica alimenta una logica da stadio: o sei con me o sei contro di me.
Forse il vero rischio per la democrazia non è soltanto l'estremismo, ma una polarizzazione permanente che rende impossibile qualsiasi dialogo. Perché quando ogni avversario viene trasformato in un nemico, il confronto democratico lascia spazio all'odio reciproco.
Ci chiediamo allora se la politica sta davvero combattendo i fantasmi del passato o, evocandoli continuamente, sta semplicemente costruendo nuove divisioni nel presente? Perché a perdere, alla fine, non è una parte politica, a perdere sono i cittadini italiani.

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