di Massimo Gervasi
Arezzo si avvicina alle elezioni amministrative con un copione già visto, già scritto, già consumato: liste che si moltiplicano, candidati che spuntano come funghi, oltre 500 nomi già pronti (anche se ancora molti ufficiosi) tra liste civiche, liste di supporto, liste strategiche create a tavolino per raccogliere consenso più che per costruire visione.
Tutti parlano di Arezzo. Tutti la amano. Tutti vogliono “l’Arezzo del fare”, “l’Arezzo che cresce”, “l’Arezzo che guarda al futuro”. Ma la verità è che Arezzo oggi non è più quella di 10 o 15 anni fa. Arezzo è cambiata e in peggio, sicurezza che non è più sicurezza, sanità che non è più eccellenza, imprese lasciate sole e cantieri ovunque con risultati incerti.
Una città che vive di promesse e fatica a concretizzarle. E mentre tutto questo accade, la politica continua a fare quello che ha sempre fatto: riempire liste.
E allora la domanda è inevitabile: chi, tra i candidati, ha davvero la forza di invertire questa rotta?
Tra i candidati vi sono Vincenzo Ceccarelli che ha già un'esperienza politica e può offrire la continuità istituzionale; uomo delle strutture, delle relazioni, della conoscenza profonda del sistema. Ma proprio per questo porta sulle spalle anche il peso di quel sistema che oggi molti contestano. Seguono un Marco Donati, il volto di un’area civica che prova a posizionarsi come alternativa concreta, con un passato politico importante e una nuova veste più indipendente. Un candidato che ha esperienza ma deve dimostrare che questa esperienza può davvero tradursi in rottura e non in continuità mascherata. Marcello Comanducci ha pragmatismo, un approccio gestionale e un dialogo con il mondo produttivo. Una figura che punta sulla concretezza. Tra questi troviamo Michele Menchetti, una voce fuori dal coro, una proposta più radicale, più distante dai grandi schieramenti. La sua candidatura rompe gli schemi ma dovrà confrontarsi con il limite strutturale di chi parte senza una macchina forte alle spalle. Infine, si registra Egiziano Andreani, un nome meno conosciuto ma non fuori dalla politica: consigliere comunale, passato anche attraverso esperienze diverse, oggi candidato con una lista alternativa, Democrazia Sovrana e Popolare (DSP), che si propone come rottura netta rispetto ai partiti tradizionali. Andreani porta una linea più radicale, più critica verso il sistema, più diretta nei toni.
Cinque nomi, cinque visioni, cinque strade diverse.
Ma c’è una verità che fa male dirlo: la storia, guardando indietro, non aiuta nessuno.
Perché l’Arezzo di oggi è figlia anche di chi c’era prima, di chi ha amministrato, di chi ha partecipato, di chi ha deciso , o non ha deciso. La risposta più onesta è una sola: forse hanno potenzialità tutti, forse non ce l’ha davvero nessuno.
Eppure dobbiamo scegliere perché non scegliere significa lasciare che il sistema continui identico a sé stesso. Forse il punto non è nemmeno il sindaco, forse la vera partita si gioca dentro le liste: tra quei 500 nomi, tra quei riempilista, tra quelle candidature messe lì per fare numero, ci sono, per forza, anche persone valide. Persone che hanno lavorato, che hanno costruito, che hanno competenze vere.
E sono quelle che vanno votate, anche se il sindaco non convince, anche se il partito non piace. Perché a volte la differenza la fa uno solo che sia un uomo o una donna, qualcuno che entra lì dentro e cambia davvero le cose.
Arezzo ha bisogno di questo, non di slogan, non di liste infinite, non di politica fatta per equilibrio. Ha bisogno di coraggio.
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