di Massimo Gervasi
Non è un’emergenza, non è una fatalità, non è nemmeno più una notizia: è un sistema, ed è tutto italiano.
La realtà dei braccianti agricoli che vivono nel fango, nelle baracche, nelle roulotte, nelle auto abbandonate non è un incidente di percorso, ma la conseguenza diretta di scelte precise, di inerzie croniche e di una burocrazia che paralizza anche quando i soldi ci sono.
L’inchiesta de Le Iene su Italia 1 ha semplicemente acceso una luce su qualcosa che esiste da anni: migliaia di lavoratori, spesso stranieri ma regolari, che raccolgono il cibo che finisce sulle nostre tavole e che la sera tornano a vivere in condizioni che nessun italiano accetterebbe nemmeno per un giorno. E la cosa più grave non è nemmeno questa. La cosa più grave è che lo Stato lo sa, da sempre, e non fa nulla. O meglio: finge di fare.
Perché i soldi c’erano. Oltre 114 milioni di euro del PNRR destinati proprio a questo: superare i ghetti, creare alloggi dignitosi, portare legalità dove oggi regna il lavoro nero e lo sfruttamento. E invece quei soldi sono rimasti fermi, bloccati, incagliati tra uffici, carte, ritardi, scaricabarile.
A Cerignola un’ex caserma dei Carabinieri doveva diventare una residenza per braccianti stagionali: finanziamento pronto, circa 1,8 milioni, progetto avviato e poi il nulla, un anno e mezzo perso senza nemmeno partire. Nel frattempo è arrivato anche un commissario straordinario, ma senza poteri veri, senza strumenti, senza la capacità di incidere davvero. E così la scadenza si avvicina: giugno 2026. Tradotto: quei soldi rischiano di tornare indietro, persi per sempre. Non per mancanza di fondi, ma per incapacità o, peggio, per mancanza di volontà.
E mentre lo Stato si perde nei suoi meccanismi, la realtà va avanti. Borgo Mezzanone, Torretta Antonacci, San Severo: non sono casi isolati, sono solo i più visibili. Ma di realtà simili ce ne sono molte altre, sparse in tutta Italia, ed è questo il punto che fa più male: questa non è una vergogna globale, non è una dinamica europea, è un modello che si è radicato soprattutto qui, nel nostro Paese. Qui, dove intere “città parallele” vivono fuori da ogni regola, dove migliaia di persone costruiscono baracche, aprono piccoli negozi, sopravvivono senza servizi, senza sicurezza, senza dignità. Eppure sono loro che tengono in piedi una parte fondamentale dell’economia agricola italiana. Se compriamo dieci pomodori, quattro arrivano da lì. Dal fango. Dallo sfruttamento. Dall’assenza totale dello Stato.
E non si può nemmeno dire che le soluzioni non esistano. Esistono eccome. Il Villaggio Don Bosco, sempre in provincia di Foggia, lo dimostra: case vere, assistenza, integrazione, corsi di lingua, supporto legale. Finanziamenti pubblici, circa 5 milioni di euro, e un modello che funziona. Funziona davvero.
Allora la domanda diventa inevitabile: perché non replicarlo? Perché non usare i 114 milioni del PNRR per costruire strutture simili su larga scala? La risposta, anche qui, è scomoda: perché tra dire e fare c’è di mezzo uno Stato che si blocca, che si perde, che non decide.
E allora resta una sola verità, nuda e cruda: l’Italia ha bisogno di questi lavoratori, ma non vuole riconoscerli davvero. Li vuole nei campi, ma non nelle case. Li vuole produttivi, ma invisibili. Li vuole indispensabili, ma senza diritti. E quando arrivano i fondi per cambiare le cose, li lascia marcire negli uffici, fino a perderli.
Non è più tempo di parlare di emergenza, perché qui l’emergenza è diventata normalità. Non è più tempo di parlare di ritardi, perché qui i ritardi sono diventati sistema. Qui siamo davanti a una responsabilità politica precisa, enorme, che non può più essere nascosta dietro la parola “burocrazia”. Perché la burocrazia non è un’entità astratta: è fatta di decisioni, di firme, di scelte.
E mentre tutto questo accade, mentre milioni di euro vengono sprecati e progetti restano sulla carta, c’è ancora chi dorme in una baracca, chi muore di freddo in un’auto, chi si sveglia all’alba per andare nei campi a lavorare. Questa, ormai, non è più solo una vergogna. È una colpa.
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