di Massimo Gervasi
Palermo firma, si mobilita, si indigna, quasi quattromila firme in poche ore per salvare Parco Uditore, uno degli ultimi spazi verdi veri dentro la città, un luogo costruito più dalla volontà dei cittadini che dalla presenza delle istituzioni, e oggi quello stesso parco rischia di chiudere non per un disastro, non per un evento eccezionale, ma per la motivazione più assurda che si possa sentire nel 2026: mancano i soldi.
Viene quasi da sorridere amaramente, perché la storia dei soldi che non ci sono è diventata la scusa più vecchia e più fragile della politica italiana e in Sicilia ancora di più, dove i fondi non mancano mai quando si tratta di consulenze, incarichi, eventi, poltrone e tutto ciò che ruota attorno a quel sistema che da anni viene percepito dai cittadini come una gigantesca macchina autoreferenziale, mentre improvvisamente spariscono quando si parla di servizi essenziali, di spazi pubblici, di qualità della vita.
Parco Uditore non è un capriccio, non è un progetto marginale, è un pezzo di città, è socialità, è salute, è comunità, è uno di quei pochi luoghi dove Palermo respira davvero, e il fatto che oggi si debba lanciare una petizione per garantirne la sopravvivenza racconta molto più di mille analisi sulla gestione pubblica, racconta un sistema che arriva sempre dopo, che rincorre, che promette, che rimanda, che si perde tra ritardi, immobili non consegnati, fondi mai sbloccati e risposte che non arrivano mai, mentre nel frattempo i cittadini fanno quello che possono, firmano, condividono, cercano di farsi sentire.
Ma la verità è che il problema non è il parco, il problema è tutto quello che ci sta intorno, perché Palermo in questo caso diventa lo specchio perfetto di una gestione amministrativa che non riguarda solo la città ma l’intera regione, dove troppo spesso la sensazione è che le priorità siano capovolte, dove ciò che è utile davvero resta indietro e ciò che è utile a pochi trova sempre una corsia preferenziale, e allora quella frase, “non ci sono fondi”, non suona più come una giustificazione ma come una presa in giro, perché i soldi ci sono, ci sono sempre stati, semplicemente vengono spesi altrove, e spesso male.
E così si arriva al paradosso più grande: nel 2026 i cittadini devono raccogliere firme per difendere un diritto elementare, uno spazio pubblico, qualcosa che dovrebbe essere garantito senza bisogno di pressione, senza bisogno di mobilitazioni, senza bisogno di implorare attenzione, e invece no, serve una petizione, serve visibilità, serve rumore, nella speranza che qualcuno, da qualche ufficio, si accorga che esiste un problema.
Il punto è che queste firme raccontano una cosa molto chiara: i cittadini ci sono, la comunità c’è, la voglia di difendere ciò che funziona c’è, quello che manca, ancora una volta, è la politica, quella vera, quella capace di decidere, di intervenire, di mettere le risorse dove servono davvero, e finché si continuerà a dire che i soldi non ci sono mentre vengono spesi altrove, finché si continuerà a lasciare che siano i cittadini a difendere da soli ciò che è pubblico, casi come quello di Parco Uditore non saranno un’eccezione ma la normalità.
E allora la domanda non è se il parco verrà salvato, ma quante altre volte dovrà succedere la stessa cosa prima di ammettere che il problema non è la mancanza di fondi, ma il modo in cui vengono usati.
La petizione: DIFENDIAMO PARCO UDITORE
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