di Massimo Gervasi
C’è un dettaglio inquietante nel video di Marcello Comanducci, candidato sindaco di Arezzo e uomo da sempre vicino al mondo tecnologico e dell’intelligenza artificiale: quel tono quasi entusiasta nel raccontare un futuro dove la AI sostituirà il lavoro umano.
Un futuro che per molti imprenditori significa risparmio. Per molti lavoratori invece significa paura.
Perché oggi l’intelligenza artificiale non viene usata principalmente per migliorare la vita delle persone, ma per tagliare costi, ridurre personale, aumentare il controllo sui dipendenti e massimizzare i profitti.
E i numeri iniziano a fare paura.
Secondo studi riportati dall’OCSE e analisi sul mercato del lavoro italiano, oltre il 30% dei posti di lavoro in Italia risulta esposto ad automazione o sostituzione tramite AI e sistemi automatizzati.
Altri rapporti parlano di oltre 10 milioni di lavoratori italiani fortemente esposti all’impatto dell’intelligenza artificiale.
E non parliamo più soltanto di operai o mansioni ripetitive. La vera rivoluzione sta colpendo impiegati, segretarie, grafici, traduttori, addetti amministrativi, marketing, call center, perfino professioni tecniche e creative.
L’IA minaccia soprattutto i lavori “da ufficio”
Persino chi sviluppa intelligenza artificiale viene licenziato perché sostituito da strumenti ancora più automatizzati. Una spirale assurda. Nel frattempo le grandi multinazionali utilizzano algoritmi e sistemi di monitoraggio per controllare produttività, pause, tempi morti, spostamenti e rendimento dei dipendenti. Non è fantascienza. È già realtà.
L'esempio di Arezzo
E allora la domanda politica diventa inevitabile: che messaggio dà un candidato sindaco quando celebra questo modello?
Perché Arezzo non ha bisogno di una città amministrata come un algoritmo. Ha bisogno di lavoro stabile, umano, dignitoso. In una provincia dove i giovani faticano a trovare occupazione, dove i salari sono bassi e il precariato cresce, sentire esaltare un sistema che riduce ulteriormente il ruolo dell’uomo rischia di diventare un messaggio devastante.
La tecnologia può essere una risorsa. Ma solo se rimane al servizio delle persone. Se invece serve a sostituire lavoratori, comprimere diritti e trasformare l’essere umano in un costo da eliminare, allora non stiamo parlando di progresso. Stiamo parlando di un nuovo modello di sfruttamento travestito da innovazione.
E forse la politica dovrebbe iniziare a preoccuparsi meno di sembrare moderna e più di difendere chi lavora davvero.
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