di Rita Bruno
Bruxelles accelera su tracciabilità e banche dati interoperabili per cani e gatti. L'obiettivo è quello di fermare traffici illegali, allevamenti opachi e vendite online fuori controllo. Ma tra costi, burocrazia e timori di un nuovo obbligo generalizzato, il fronte dei proprietari e delle volontarie già si spacca.
Il Parlamento europeo ha approvato le prime regole comuni dell’Unione su benessere, allevamento, importazione e tracciabilità di cani e gatti, introducendo un principio destinato a cambiare il rapporto fra cittadini e animali da compagnia: tutti i cani e i gatti tenuti nell’Ue, compresi quelli di proprietà privata, dovranno essere identificabili tramite microchip e registrati in banche dati nazionali interoperabili. Il voto è stato netto — 558 favorevoli, 35 contrari e 52 astensioni — ma il regolamento non è ancora operativo: serve ancora l’adozione formale del Consiglio Ue prima dell’entrata in vigore.
Il cambiamento: nuove regole UE comuni per benessere animale
La novità politicamente più forte non riguarda i cani, che in molti Paesi — Italia compresa — sono già sottoposti da anni a obblighi di identificazione, ma i gatti. È qui che il testo europeo segna la svolta: anche il gatto “di casa”, il gatto mai venduto, mai esposto, mai allevato a fini commerciali, entra nel perimetro della tracciabilità obbligatoria. Per i proprietari privati che non vendono animali, però, Bruxelles ha previsto una lunga transizione: l’obbligo scatterebbe dopo 10 anni per i cani e dopo 15 anni per i gatti.
È il modo con cui l’Unione prova a rendere digeribile una misura destinata a incidere su milioni di famiglie.
Motivazioni della scelta UE
Dietro la scelta europea c’è una motivazione molto chiara nei testi ufficiali: contrastare il commercio illegale, le finte cessioni tra privati, gli annunci online opachi e la difficoltà di ricostruire l’origine reale degli animali. La Commissione europea sostiene che la crescita della domanda, soprattutto attraverso il web, abbia favorito pratiche abusive e reso necessaria una disciplina armonizzata fra Stati membri.
Banche dati interoperabili
Nella relazione approvata dal Parlamento, la tracciabilità viene inoltre collegata non solo al benessere animale ma anche alla salute pubblica, con esplicito richiamo al rischio di diffusione di malattie e al principio One Health (una sola salute), che riconosce che la salute umana, animale e ambientale sono legate in modo indissolubile e interdipendente.
Per chi li sfrutta, per chi li mangia o chi li accudisce e li ama, averli in buona salute, è un vantaggio per la comunità, che sia chiaro a tutti.
La situazione in Italia
In Italia, oggi, il quadro è molto diverso da quello disegnato da Bruxelles. Per i cani l’obbligo di microchip e iscrizione all’anagrafe esiste già da tempo e riguarda anche il semplice animale di proprietà. Un cane deve essere identificato con microchip e registrato entro i primi due mesi di vita o comunque entro pochi giorni dall’acquisizione.
Per i gatti, invece, la stessa fonte precisa che l’obbligo generalizzato non c’è ancora: il microchip resta facoltativo, salvo alcuni casi specifici come acquisto, vendita o viaggio. Tradotto: in gran parte d’Italia il gatto domestico, oggi, non è ancora sottoposto allo stesso regime del cane.
Territorio nazionale diviso
In Lombardia, per esempio, il microchip è obbligatorio dal 1° gennaio 2020 per tutti i gatti nati o acquisiti. In Friuli Venezia Giulia scatterà dal 1° luglio 2026 per tutti i gatti, con iscrizione all’anagrafe felina regionale. Questo significa che la futura norma Ue, almeno per l’Italia, non partirà da zero: troverà un mosaico di regole già esistenti, ma profondamente disomogenee.
Il sistema informatico interoperabile
Inutile dire che ci sono delle lacune nei nostri sistemi informatici quando per un motivo, oppure per l'altro, reale nota dolente. Parlando di microchip degli animali del proprio territorio, non vi è scambio di informazioni tra regioni per vari motivi.
Banche dati nazionali interoperabili significa che i sistemi informatici di diversi enti (Comuni, Regioni, Ministeri, INPS, Asl etc.) possono "parlare" e condividere dati, anche se sviluppati con tecnologie differenti. La svolta sarà di rigore ma fortunatamente non imminente, l'UE ci offre tempo.
Difficoltà nella gestione economica
È sul piano economico, però, che la misura rischia di diventare esplosiva. Nella proposta originaria della Commissione, il costo stimato per impianto del transponder e registrazione veterinaria è di circa 50 euro per animale.
Per chi possiede un solo gatto può apparire una spesa sostenibile ma per chi ne ha dieci, dodici o quindici, magari recuperati dalla strada, il conto cambia radicalmente.
Il problema riguarda soprattutto volontarie, famiglie rurali, persone che si fanno carico informalmente di piccoli nuclei felini, cioè proprio quella fascia che spesso supplisce alla gestione dell’abbandono.
I tutors di colonie feline fortunatamente non hanno la previsione di questa spesa dove ci arriva la ASL Veterinaria che microchippa gratuitamente al momento della sterilizzazione.
Nello stesso calderone, emerge la difficoltà di nutrire gli animali a spese proprie. Ma questa è un altra storia, nella speranza che venga sviluppato anche questo argomento da parte dell'UE.
Tracciamento dell'animale
Qui si apre la faglia politica vera. Per i sostenitori della riforma, il microchip obbligatorio è una infrastruttura minima di civiltà amministrativa, serve a sapere da dove arriva un animale, chi lo ha ceduto, se è stato registrato, se è finito in un canale opaco o in un traffico mascherato da semplice passaggio tra privati.
Organizzazioni favorevoli al rafforzamento della tracciabilità, come Eurogroup for Animals sostengono che l’identificazione obbligatoria potrebbe persino ridurre i costi pubblici legati agli animali abbandonati e al randagismo, arrivando a generare risparmi per gli Stati membri nel lungo periodo e fin qui potremmo essere d'accordo.
La stessa organizzazione definisce il costo del microchip una spesa “una tantum” relativamente contenuta rispetto al costo annuo medio di mantenimento di un cane o di un gatto, dovremmo aprire un dibattito a questo proposito. Certo le organizzazioni e associazioni hanno altri introiti a differenza del volontario.
Altra frattura
Ma questa è soltanto una faccia della medaglia. L’altra è quella di chi vede nell’operazione una nuova spinta burocratica scaricata sui proprietari in buona fede. Il nodo non è tanto il singolo gatto di appartamento, quanto la realtà concreta di chi si occupa di recuperi, colonie domestiche di fatto, animali non commerciali che nessuno vende ma qualcuno nutre, cura e sterilizza.
Per questi soggetti il rischio percepito è semplice: che una misura pensata per colpire trafficanti e allevamenti opachi finisca per scaricare il costo soprattutto su chi già si assume responsabilità sociali senza aiuti strutturali.
UE ti regala il tempo
L’Unione, da parte sua, risponde non con i sussidi ma con il tempo. La strategia scelta è la gradualità: periodi transitori molto lunghi per i privati, tempi differenziati per operatori, allevatori, rifugi e proprietari non commerciali.
Pareri contrari
Anche Eurogroup for Animals, pur accogliendo positivamente la riforma, riconosce che l’attuazione richiede anni e che molto dipenderà dalle future regole applicative e dalla capacità dei singoli Stati membri di mantenere standard nazionali forti durante la transizione. Paradossalmente, le critiche più dure al progetto europeo non arrivano solo da chi teme troppo controllo, ma anche da chi riteneva la proposta iniziale ancora troppo debole.
L'organizzazione no profit FOUR PAWS, ad esempio, ha contestato in passato le esenzioni per piccoli allevatori e pet shop e ha chiesto una registrazione davvero estesa a tutti gli animali, proprio per chiudere le scappatoie del mercato grigio.
In altre parole, una parte del mondo animalista non pensa affatto che Bruxelles stia esagerando: pensa il contrario, cioè che senza una tracciabilità piena continueranno a sopravvivere zone d’ombra sfruttate dagli operatori illegali.
Resta poi il tema simbolico, quello più sensibile nel dibattito pubblico: l’idea che l’Europa voglia tenere tutto sotto controllo.Tecnicamente, il microchip sappiamo essere uno strumento identificativo leggibile con appositi dispositivi, utile a risalire al proprietario e ai dati anagrafici. Sul piano della percezione politica il salto c’è, perché la norma sposta milioni di animali da un’area di scelta personale a un’area di obbligo amministrativo. E quando l’obbligo entra nella sfera domestica, il sospetto di un eccesso di regolazione diventa inevitabile.
Il bivio del microchip
La partita si giocherà meno sul principio e più sull’attuazione. Se nei prossimi anni Stati e Regioni accompagneranno la transizione con campagne calmierate, agevolazioni, sportelli veterinari accessibili e regole chiare per i recuperi e i nuclei numerosi, il microchip potrà passare come una misura di responsabilità condivisa. Se invece il costo resterà integralmente sulle spalle dei cittadini più esposti, la riforma rischierà di essere percepita non come una tutela contro il traffico illegale, ma come l’ennesimo adempimento imposto dall’alto.
Una riforma che rischia di sbagliare il bersaglio?
In definitiva, la stretta Ue sui microchip racconta bene il paradosso di molte grandi riforme europee: nasce per colpire abusi reali e documentati, traffici, allevamenti estremi, vendite online senza volto. Rischia di misurarsi, nella percezione quotidiana, non con i trafficanti ma con la signora che accudisce dieci gatti trovati in campagna e tanti altri come lei. Fra principio giusto e costo concreto, l’Europa si giocherà la credibilità della sua nuova politica sugli animali da compagnia.
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