Fotografia di un'Italia ancora in bianco e nero. Stato forte con i deboli e debole con i forti

Pubblicato il 23 marzo 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

C’è un’Italia che nel 2026 continua a vivere in bianco e nero, non perché manchino la tecnologia, i decreti, gli annunci o le conferenze stampa, ma perché manca ancora una cosa essenziale: la giustizia sostanziale.

Manca l’equilibrio. Manca la capacità di governare davvero la realtà quotidiana di milioni di cittadini che ogni giorno tirano avanti con sacrificio, dignità e paura. Paura di non arrivare alla fine del mese, paura di una bolletta, paura di una rata, paura di una cartella, paura di un avviso, paura perfino di ammalarsi o di restare senza lavoro.
E mentre questa Italia reale arranca, ce n’è un’altra che prospera: quella delle speculazioni, delle reti criminali, dei ritardi istituzionali, dei controlli tardivi e di uno Stato che troppo spesso sa essere inflessibile con i deboli e sorprendentemente lento con chi sui deboli lucra.

Povertà in Italia: realtà contrastanti

I numeri, purtroppo, non sono un’impressione. L’Istat certifica che nel 2024 in Italia oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in povertà assoluta, pari all’8,4% del totale, per oltre 5,7 milioni di persone, cioè il 9,8% dei residenti. Non stiamo parlando di un incidente passeggero, ma di una condizione strutturale che resta inchiodata su livelli altissimi. E la fotografia è ancora più amara se si guarda ai nuclei con figli minori, ai giovani, ai lavoratori poveri, alle famiglie con bassa istruzione, alle aree più fragili del Paese. Altro che ripresa percepita: qui il disagio sociale si è normalizzato, e quando la povertà diventa normale significa che lo Stato ha smesso di intervenire alla radice e si limita a inseguire le emergenze.
È in questo vuoto che crescono i poteri peggiori. Quando le persone non hanno liquidità, non hanno margini, non hanno fiato, non hanno credito e spesso non hanno nemmeno più fiducia, la criminalità si presenta come alternativa. Non come eccezione, ma come supplenza. E infatti, mentre lo Stato chiede puntualità assoluta a chi non riesce più a respirare, le organizzazioni criminali continuano a costruire economie parallele gigantesche. Lo dimostrano i sequestri e le operazioni che emergono in queste settimane. La Guardia di Finanza ha reso noto, il 4 febbraio 2026, di aver individuato a Vigonza, in provincia di Padova, un vero e proprio stabilimento industriale clandestino per la produzione di sigarette, un impianto da oltre 1 milione di euro capace di produrre circa 2 milioni di sigarette al giorno. Non una stanzetta improvvisata, non il classico magazzino di fortuna: una fabbrica. Una struttura organizzata, industriale, efficiente. Questo significa che c’è un sottobosco criminale che non vive di espedienti, ma di filiere, investimenti, logistica e coperture.
E non va meglio sul fronte della contraffazione monetaria, che non è un reato folkloristico ma un veleno che colpisce i più fragili, i piccoli commercianti, chi lavora in contanti, chi non ha strumenti per difendersi. Non è di meno il tema delle banconote false sequestrate per oltre due milioni di euro, e il quadro generale resta coerente con una pressione criminale costante contro l’economia legale. Il punto politico, prima ancora che giudiziario, è questo: mentre il cittadino comune viene inseguito con precisione millimetrica per imposte, ritardi, sanzioni, interessi e procedure, interi circuiti illeciti riescono a operare per mesi o anni prima di essere scoperti. E quando vengono scoperti, ci si accorge quasi sempre che dietro non c’era un gesto isolato, ma un sistema già ben rodato.
In mezzo a tutto questo c’è la vita vera di chi lavora, produce, paga e si impoverisce. C’è il piccolo contribuente che non evade per scelta ma cade in mora per necessità. C’è la famiglia che salta una bolletta per pagarne un’altra. C’è il commerciante che anticipa tutto e recupera niente. C’è chi non riesce a sostenere mutuo, affitto, spesa, carburante, Tari e imposte nello stesso mese. Eppure, proprio su questa fascia della popolazione, la macchina pubblica continua a mostrare il volto più rigido: avvisi, scadenze, recuperi, automatismi, aggravamenti.

Assenza dello Stato

Lo Stato pretende puntualità da chi non ha più margine, ma spesso non offre la stessa rapidità quando dovrebbe intervenire per calmierare, prevenire, controllare, tagliare gli abusi, punire le speculazioni.
Il caso carburanti è emblematico. In queste ore il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha comunicato che, dopo il taglio delle accise, quasi il 60% dei distributori ha ridotto i prezzi, mentre per gli altri sono stati annunciati controlli della Guardia di Finanza e del Garante lungo rete e filiera. Nello stesso comunicato vengono indicati i prezzi medi rilevati: 1,734 euro al litro per la benzina self-service e 1,978 euro al litro per il gasolio sulla rete ordinaria; in autostrada si sale a 1,812 per la benzina e 2,048 per il gasolio.

Il problema è proprio qui: se è stato disposto un alleggerimento, perché a distanza di giorni una parte consistente della rete non ha ancora trasferito pienamente il beneficio ai cittadini? Perché i controlli arrivano sempre dopo, quando il danno è già stato scaricato sugli automobilisti, sui lavoratori, sulle famiglie, sui trasporti e quindi sui prezzi di tutto il resto?

E allora la domanda diventa inevitabile: che Paese è quello in cui la povertà resta strutturalmente alta, i cittadini onesti vengono schiacciati da costi e adempimenti, i ritardi dell’intervento pubblico diventano ordinari e le economie criminali riescono a organizzarsi con metodi industriali? È un Paese che ha perso il senso della priorità. Un Paese che ha scambiato la legalità con la burocrazia, la giustizia con la procedura, la solidarietà con il recupero forzoso. Un Paese in cui chi è in difficoltà viene trattato troppo spesso come un colpevole, mentre chi specula, falsifica, contrabbanda o approfitta delle pieghe del sistema riesce a guadagnare tempo, spazio e potere.

L’Italia in bianco e nero è questa: un’Italia in cui i ricchi trovano quasi sempre il modo di difendersi, spostarsi, proteggersi, ristrutturarsi, mentre i poveri devono solo subire. Un’Italia dove il piccolo debito diventa una condanna, ma i grandi meccanismi di sfruttamento continuano a macinare soldi. Un’Italia in cui la fragilità sociale è diventata terreno fertile per usura, contraffazione, sommerso, contrabbando e speculazione. Un’Italia che pretende maturità dai cittadini ma non riesce a dimostrare la stessa maturità nelle istituzioni. Un’Italia che non cresce perché non corregge le sue ingiustizie, non guarisce le sue storture e non protegge abbastanza chi resta indietro.
Finché non si capirà che la vera sicurezza economica non si costruisce solo con i controlli a valle ma con giustizia fiscale, tempestività amministrativa, prezzi sorvegliati davvero, lotta concreta alle reti criminali e un minimo di respiro concesso a chi è in affanno, continueremo a vedere sempre la stessa scena: i soliti che pagano, i soliti che aspettano, i soliti che rinunciano, i soliti che chiudono, i soliti che sprofondano. E dall’altra parte i soliti che guadagnano, che speculano, che si infilano nelle crepe del sistema. Altro che modernità: questa è ancora un’Italia in bianco e nero, dove i contorni dell’ingiustizia sono nitidissimi e il futuro, per troppi, resta sfocato.

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