Roma ladrona ora ti perdona

Pubblicato il 23 marzo 2026 alle ore 07:00

di Giandomenico Torella

Coccodrillo. Si chiama così il necrologio per un personaggio famoso che tutti i giornali hanno nel cassetto già pronto... non si sa mai quando quello muore…

Per Umberto Bossi aveva fatto la muffa visto che era pronto dal 2004 quando pareva sull’orlo della tomba, ma come un0araba fenice è rinato e il coccodrillo è tornato nel cassetto .

Amato e odiato. Osannato e vituperato. Scandalo per molti e stoltezza per tutti gli altri. Quando non erano ancora stati inventati i meme lui stesso era il meme di se stesso.

Quel “Roma ladrona” urlato e ripetuto mille volte era la ciliegina del suo modo di comunicare di essere identificato, di voler essere visto. Invero comunicazione un po’ rozza la sua.

Troppi “noi", “e invece loro", “e allora noi”, “perché loro”, insomma una noia retorica mortale. Ma comunicava. Pure in maniera efficace. Bastava stare a una certa distanza dal palco perché sputazzava non poco, nella foga oratoria.

Aveva imparato come si parla alla gente proprio dai comunisti, dal PCI, salvo poi osteggiare profondamente i compagni di una volta e non solo per discrepanza cromatica (il rosso e il verde assieme non ci stanno).

Un percorso lungo il suo: oggi una canzone a Castrocaro, domani una poesia in dialetto (bosino, il milanese di Varese, ovvio) la sua strada l’ha presa partendo dalle osterie. Non le birrerie, quelle piacevano a quello col baffetto, ma proprio le osterie che, guarda che scherzi fa il karma, nei paesi coincidono proprio con  le case del popolo. Cosa mai poteva smuovere i settentrionali alticci di barbera, i vari magüt (muratori), quelli della nüda (la tuta blu degli operai) cucita addosso e quasi tutte le casalinghe di Voghera? Magari illetterati ma usi al lavoro (ul laür) come unica religione? Una sola cosa: il territorio, la casa, la patria, quella piccola che finisce al limite del paese, quella circoscritta dentro la fabbrichetta o il ponteggio del cantiere. L’unica cosa che del personaggio politico Bossi è rimasta. Mentre gli altri si arrovellavano con le “convergenze parallele”, Bossi parlava dell’orticello dietro casa. Mentre gli altri (s)parlavano di nani e ballerine, Bossi li aveva messi tutti in un fascio e, tagliando di netto il problema come il nodo di Gordio, stabilito il limen tra i “noi" e i “loro” .

L'eredità di Bossi

Ecco Il suo lascito, la sua eredità morale, storica e politica. Non Roma ladrona: la sacralità della casa. La patria. Certo, la sua patria finiva sul Po, ma non era nemmeno una idea originale. Era attualizzata e copiata pari pari da un patriota acclamato e perdente.

L’incompreso, perdente, morto in esilio si chiamava Carlo Cattaneo e, tanto per chiarire, si sprecano le vie e le piazze con quel nome inoltre che c’ha il sarcofago affianco a Manzoni al Monumentale di Milano .

Tra l’uno e l’altro ci sono più somiglianze che differenze: Cattaneo era un intellettuale (e qui non ci siamo), era laico, studioso di economia, filosofia, scienze (e anche  qui ci sarebbe da discutere). Cattaneo aveva un’idea dell’Italia come uno stato federale. La sua frase "Il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà" per lui era affrancamento dalla dinastia sabauda, dalla occupazione asburgica, quelli che oggi chiameremmo le “potenze straniere”.

Ma lui parlava agli intellettuali milanesi e per questo ha perso.

Per Bossi, altrettanto laico ma non anticlericale, la stessa frase, gli stessi concetti erano finalizzati all’affrancamento da uno Stato Repubblicano lontano e distratto. Uno Stato che non era partecipato dai consociati, uno Stato che fa piovere dall’altro decisioni e prospettive, impone un solidarismo sterile e inefficace.

Il popolo della padania

Condivisibile o meno, il suo stato era pur sempre uno stato perché del popolo. La padania, il popolo della padania non è una un’invenzione di marketing ma una realtà formata da milioni di elettori. Mani pulite, dalla quale nessuno è uscito indenne, ci mise il suo e obbligò il miscuglio di due fluidi inconciliabili: Berlusconi (l’acquasanta) e Bossi (il kerosene). Pericoloso ma utile nonostante fosse chiaro che il suo concetto di Stato faceva a cazzotti con il concetto di unità nazionale; ma poteva mai un Berlusconi ignorare uno stato nello Stato, con tanto di inno nazionale, di parlamento (durato poco mica poco, dal 1997 al 2018) dove i votanti esibivano la carta di identità italiana?

L’unica soluzione era andare da quella parte e da quella parte, lo Stato è andato. Mica male per un rivoluzionario. Mai una parola sovversiva. Mai un gesto (ufficialmente parlando) di contrasto attivo alle istituzioni repubblicane, lui, lo Stato intendeva smontarlo dall’interno anche facendo un uso improprio della bandiera italiana, parole (tante), provocazioni (ancora di più) ma mai gesti. Lo Stato, lui non voleva aprirlo come una scatola di sardine ma proprio farlo a pezzi e non a chiacchere ma con le Leggi, limando la Costituzione. E lo ha fatto.

La sua ricetta era uno spezzatino con tanti piatti o piattini, uno per ciascuno. Con perseveranza e caparbietà. Ce l’abbiamo duro, il cranio e questo lo aveva imparato dalla seconda moglie, terrona.

Bossi se ha avuto un merito ha dimostrato una cosa: un rivoluzionario può essere democratico.

E pure vincente. Quella Roma ladrona ha dovuto deglutire il federalismo fiscale, le autonomie locali, il completamento delle attribuzioni alle regioni. E, pure la consapevolezza che la deriva globalista ha come peccato originale la distruzione dei popoli e la colonizzazione a partire dalla immigrazione incontrollata, percepita dal popolo della padania come un enorme errore tattico, strategico e storico.

L’unica legge che porta il suo nome (la Bossi-Fini) stabilisce un principio: in Europa ci sono migranti economici (da regolamentare) e profughi da accogliere (sempre). Non sono la stessa cosa e non ci devono essere vasi comunicati tra i due gruppi. Chi è fuori dalle regole va a casa sua. Idee che oggi a distanza di quasi trenta anni sono la fortuna politica di chi sa spiegarle meglio di Bossi ma sono le stesse idee del Senatùr, spiegate meglio e senza toccare Roma, i ladroni e nemmeno i terroni, visto che sono elettori pure loro, al contrario dei migranti.  

La lezione di Bossi

Bossi ci ha lasciato e ha lasciato ai politici di oggi più di una lezione: come si parla alla pancia della gente, come si vive, si ama e si difende il proprio territorio, sia esso un comune, una regione o una nazione, come il “noi” e il “loro”, pur cambiando di allocazione geografica e colore (della pelle) resti il vero collante dei mille borghi e paesi di questo Stato, il territorio, la patria è ancora più unificante che mai.  

Roma ladrona, però, ha avuto la sua rivincita: non l’ictus che ha colpito duro, ma il beccarlo con le mani nella cassa e l’uso che ha fatto il “clan” Bossi di quei soldi, hanno cambiato tutto.

Roma ladrona ha fagocitato nel modo più screditante il Bossi rivoluzionario. Non si perdona al mito di essere un brigante.

Peccato. Era l’ultimo rivoluzionario italiano, tutti gli altri a seguire non lo sono e non ci provano nemmeno ad esserlo, si potrebbe rovinare il rolex o scaricare la Tesla. Rivoluzionario perché parlava alla gente e del territorio di quella gente, senza post, reel, podcast: parlandoci faccia a faccia di quello che loro volevano sentirsi dire e col loro linguaggio.

Roma ladrona ora ti perdona e ti assolve dei tuoi peccati, anzi ora dicono che eri pure simpatico.

Da morto però. Suggeriamo un epitaffio adeguato a te: Vixi, et, quem dederat cursum fortuna, peregi. ( Ho vissuto e ho compiuto il percorso che il destino mi ha assegnato). Quanti potranno far scrivere lo stesso sulla propria tomba?

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