Inchiesta Covid: la prescrizione è in vigile attesa

Pubblicato il 2 marzo 2026 alle ore 07:00

di Massimo Gervasi

C’è una parola che più di tutte racconta il fallimento dell’inchiesta Covid in Italia, ed è una parola che non ha nulla di tecnico o inevitabile: prescrizione.

Prescrizione non come evento casuale, ma come approdo prevedibile, quasi programmato, di un percorso iniziato tardi, proseguito lentamente e accompagnato da una coltre di ipocrisia istituzionale che ha fatto da scudo più efficace di qualunque immunità formale. Perché quando un’indagine su uno degli eventi più drammatici della storia repubblicana nasce in ritardo, si muove con prudenza esasperante e viene continuamente rinviata, il tempo smette di essere una variabile neutra e diventa uno strumento politico.

All’inizio, durante e subito dopo la pandemia, tutti dicevano di volere la verità. Il governo, le forze politiche, le istituzioni, persino chi oggi si affanna a minimizzare. Tutti pronti a giurare che nulla sarebbe stato nascosto, che ogni decisione sarebbe stata vagliata, che gli errori, se ci fossero stati, sarebbero stati accertati. Poi, lentamente, quella tensione morale si è dissolta. La verità è diventata scomoda, la responsabilità un fastidio, il tempo un alleato. E oggi il rischio concreto è che un evento che ha inciso sulla vita, sulla salute e sulla morte di milioni di italiani venga archiviato non perché innocente, ma perché scaduto.

La Commissione parlamentare Covid nasce con due anni di ritardo. Non per caso. Nasce dopo resistenze, ostruzionismi, rinvii, paure evidenti che scavare troppo potesse portare a domande pericolose. Eppure, quando finalmente parte, in poco più di un anno accumula oltre 240 ore di audizioni, più di cento testimoni, documenti, ricostruzioni, dichiarazioni che smontano pezzo dopo pezzo la narrazione dell’emergenza gestita “al meglio possibile”. Da quelle audizioni emerge un Paese impreparato, una macchina decisionale confusa, una struttura commissariale potentissima e, soprattutto, scudata dai controlli.

Ed è qui che la prescrizione smette di essere solo un rischio giuridico e diventa una questione morale. Perché mentre si combatteva contro il tempo per salvare vite umane, qualcun altro sembrava combattere contro il tempo per non rispondere delle proprie scelte. Le procure indagano, ma lentamente. I reati contestati cambiano, alcuni decadono, altri vengono svuotati da riforme successive. Il risultato è che oggi nessuno sta pagando davvero, nonostante le verità emerse siano numerose, dettagliate, documentate.

Dentro questo quadro si inserisce lo scandalo delle forniture sanitarie, a partire dalle mascherine. Oltre 1,2 miliardi di euro spesi per l’acquisto di dispositivi dalla Cina, a prezzi tripli o quadrupli rispetto al mercato di allora, attraverso la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri. Mascherine che in molti casi si sono rivelate non conformi, inefficaci, talvolta persino potenzialmente dannose per la salute di chi le indossava. Medici, infermieri, operatori sanitari che credevano di essere protetti e che invece venivano esposti a ulteriori rischi.

E mentre questo accadeva, un imprenditore, ascoltato in Commissione, racconta di essersi offerto di fornire immediatamente mascherine a norma, disponibili, pronte per gli ospedali italiani. Un’offerta respinta. Si preferì attendere forniture estere, con ritardi enormi, intermediari, passaggi opachi e costi fuori scala. Una scelta politica e amministrativa precisa, non un errore casuale. Una scelta che oggi rischia di non avere alcuna conseguenza penale, non perché priva di criticità, ma perché coperta dal tempo.

Non solo mascherine. Durante la pandemia vengono acquistati anche macchinari sanitari, dispositivi, strumenti di supporto che rientrano nella filiera del Ministero degli Esteri allora guidato da Luigi Di Maio. Anche qui emergono inefficienze, strumenti inutilizzabili, forniture che non rispondono alle esigenze reali degli ospedali, mentre il sistema sanitario combatte con organici ridotti, terapie intensive sature e personale allo stremo. Da una parte la corsa per salvare vite, dall’altra acquisti che rischiano di fare più danni che benefici.

Il punto non è solo stabilire se ci siano stati reati. Il punto è capire se uno Stato possa accettare che una tragedia collettiva di questa portata venga consegnata all’oblio giudiziario per scelta, per inerzia o per convenienza. Perché la responsabilità politica esiste anche quando quella penale sfuma. E qui la responsabilità politica è enorme, trasversale, diffusa, ma allo stesso tempo precisissima nei ruoli e nelle decisioni.

Se tutto questo finirà in prescrizione, non sarà un incidente. Sarà la conferma che qualcuno ha scommesso sul tempo, sulla stanchezza dell’opinione pubblica, sulla difficoltà di tenere viva la memoria. Ma una democrazia che archivia la propria più grande emergenza sanitaria senza verità e senza conseguenze non è una democrazia più sicura. È solo una democrazia più fragile. E profondamente ingiusta verso chi, in quei mesi, ha pagato il prezzo più alto.

Così, mentre l’inchiesta scivola lentamente verso una prescrizione che appare sempre meno casuale e sempre più programmata, all’Italia non resta che fare ciò che le è stato insegnato in quei mesi: con tachipirina e vigile attesa. Non per il virus, questa volta, ma per la verità.

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